LIBRI/I tamburi della pioggia di Ismail Kadarè

« La dittatura e la letteratura autentica sono incompattibili…lo scrittore è nemico naturale delle dittature. » I. K.

(Assolutamente da leggere)
E la storia dell’Albania rievocata in una pagina emblematica: l’inizio del conflitto con l’impero ottomano, l’inizio di una lotta pluridecennale (25 anni), la prima di 24 spedizioni dell’esercito turco contro il piccolo paese.
Nel 1443 Skanderbeg nonostante l’educazione ricevuta alla corte ottomana dove è arrivato come ostaggio con i suoi fratelli a nove anni d’età fugge verso il suo paese, si fa consegnare con un falso firmano la cittadella di Kruja e dà inizio alla rivolta.
Che si tratti proprio di questi eventi è chiarito dalle prime pagine dove si spiega la tattica attuata da Skanderbeg, mette al riparo i vecchi, parte delle donne e i bambini, resta fuori dalle mura per combattere più liberamente. In tutto il racconto egli incombe senza mai essere visto, è nelle voci e nelle paure dei suoi nemici. Ha forze insignificanti, ma i suoi attacchi notturni generano terrore. Basta il suo nome per far fuggire i soldati, pur con l’ammirazione per le sue imprese. Nome che per gli assediati è sempre Giorgio, o il nostro Castriota, colui che li protegge e li vendica.
I difensori della cittadella che gli hanno dato ascolto, quando vedono gli attaccanti nella piana, si rendono conto dell’importanza del conflitto con la superpotenza ottomana.
In alto questa cittadella albanese che si rifiuta di obbedire al Sultano: poche pagine scarne, in corsivo, narrazione corale, noi, ripete la vicenda vista dal campo nel lungo capitolo precedente. Solo qualche pagina qua e là descrive, come in un diario intimo, le sensazioni degli assediati, pochi cenni a sofferenze e paure, alla nostalgia della pace, al desiderio di vivere semplicemente nella natura. Il grano dev’essere maturo, ma loro non vedono un filo d’erba.
Nella piana ai suoi piedi un esercito immenso, ben ordinato ed organizzato con tutte le sue gerarchie, poteri, ruoli, incarichi diversi. Descritto con precisione filologica. Un esercito che anche nei momenti difficili mantiene la sua capacità organizzativa.
Tutto il racconto si svolge nel campo ottomano con vari personaggi che danno umanità a quella enorme massa lanciata a ondate (di un mare di carne e sangue) contro i bastioni.
Tursun pascià, il comandante in capo, angosciato di fronte all’incognita della nuova cittadella da conquistare, ma soprattutto tormentato dalla sua pericolosa posizione a corte, aspira a ritirarsi in pace, ma deve vincere gli albanesi per contrastare le forze che gli sono nemiche a Istanbul. Col proseguire infruttuoso dell’assedio egli prova avversione per tutti quelli che arrivano dalla capitale e si rende conto che i suoi stessi sottoposti cominciano a sfuggire il suo sguardo. Dalla roccaforte invece lo si vede, oltre al suo padiglione rosa, come un guerriero abile quanto crudele. Del resto egli è capace di impegnarsi in prima persona nel combattimento e di pagare per l’insuccesso, con un ultimo pensiero che rende più grande la gloria di Skanderbeg.
In un padiglione lilla invece sono le quattro favorite, che sono arrivate con lui custodite dall’eunuco, soffrono, in mezzo alle carneficine, il fastidio del caldo nella tenda e della gravidanza. Ben diverse le donne albanesi contro cui predica prima della battaglia un sacerdote, donne impudiche da rivestire col nobile manto nero benedetto dalla religione, donne di cui è famosa la bellezza. Sognate come prede, oggetto di mercato, quando parte la spedizione degli akingi per mettere a ferro e fuoco il territorio. Spedizione di cui si vedono gli effetti dalla rocca: “Da due notti, ormai, scorgiamo, nelle gole dei monti circostanti, i fuochi dei villaggi incendiati”. Ma il ritorno di queste truppe al campo sarà ben diverso da quanto sperato, lunghe colonne di akingi, bianche di polvere, scivolavano lentamente, come un fiume stanco. La spedizione, a causa degli attacchi improvvisi e continui di Skanderbeg, è stata un inferno, un vero inferno.
Molti i personaggi si diceva: il cronista, l’architetto, l’astrologo, il giannizzero, il poeta accecato dalla pece. L’intendente incaricato dell’approvvigionamento, che calcola le frodi possibili dopo una battaglia, due o tre giornate di conti falsificati, è il problema chiave della guerra l’approvvigionamento. Che applica i suoi calcoli alle vite umane: questi attacchi anche se non portano alla vittoria mantengono ad un livello costante la popolazione albanese, tra cui si può anche diffondere, se non ce l’hanno già l’usanza araba della vendetta del sangue. L’ importeremo dall’Arabia, se occorre, e la spargeremo tra loro come un cattivo seme(vedi dello stesso autore “Aprile spezzato”).
L’ingegnere che disprezza i suoi contemporanei per le loro superstizioni, responsabile dei grandi cannoni che progetta, in una fonderia che vista dalla rocca risulta particolarmente minacciosa.Ben diverso il suo atteggiamento, la sua ricerca della verità contro le paure superstiziose che spingono i turchi a fustigare per punizione un cannone, a portare a morte chi ha troppa curiosità scientifica o sete di sapere.
Ma soprattutto i semplici soldati, massa lanciata al macello sotto la pece e l’olio bollente a bruciare sulle alte scale dell’assalto.
Gli assalti sono visti dal campo, ma se ne ha come l’eco dalla cittadella. La visione duplice consente di vedere la sofferenza da entrambe le parti, diventa denuncia della guerra. I turchi che si ritirano dal primo assalto sono moltitudine di ombre alla luce della luna.. oppure l’attacco della disperazione, sferrato a mezzogiorno, quando più infieriva il caldo per stroncare i difensori assetati. Non si può aspettare che muoiano di sete, la stagione delle piogge si avvicina. Lo stesso evento si ripete nelle parole degli assediati.
Sono descritti, sempre dai due punti di vista, anche se in modo più breve ed impersonale dalla cittadella, tutti gli espedienti di un assedio: lo scavo della galleria per arrivare sotto le mura, fino al crollo provocato dagli assediati.
La ricerca dell’acquedotto per prendere la città per sete, con l’espediente del cavallo, un cavallo bianco che diventa subito agli occhi dei superstiziosi un cavallo sacro, mentre per i cittadini gira come una maledizione. Le bestie malate gettate dentro le mura.
Anche la folla è protagonista, con i suoi mormorii, le sue paure, il bisbiglio che manifesta il disgusto della guerra, la stanchezza di chi ha perso la speranza di vincere.
E i tamburi: quelli della battaglia, della festa, dell’allarme, ma soprattutto quelli della pioggia, la pioggia che ossessiona il comandante turco. Prima avvertiti nel sogno da Tursun pascià poi nella, per lui tragica, realtà.
I tamburi che annunciano la pioggia segnano l’atto finale di un lungo sanguinoso assedio. Uno dei tanti che la piccola nazione ha affrontato, lasciando ai posteri non monumenti, ma le tracce di questa eroica resistenza.

Kadarè Ismail, I Tamburi della Pioggia, Teadue, Milano, 1993

Riferimento web: http://www.ilgiocodeglispecchi.info/asp/Libri/Libri_AbstractLibro.asp?RicercaLibri=342

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~ di maria pina ciancio su giugno 23, 2010.

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