LIBRI/ La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli

•settembre 5, 2021 • Lascia un commento

Non serve capire, comprendere. Serve accogliere l’umano con tutta la forza che ci è concessa. (Daniele Mencarelli)


Il primo Mencarelli.
“La casa degli sguardi” è un libro che parla di dolore e di salvezza. Un romanzo che ti tocca dentro, ti cattura e non ti lascia fiato. Che ti inonda con la sua forza e la sua sincerità, che quando arrivi all’ultima pagina vorresti rileggerlo da capo. Era da tanto che non mi capitava un libro così bello, intenso e di una tale levatura umana e spirituale. Esperienze del genere te le concedono solo i grandi classici e le febbricitanti letture notturne adolescenziali, quando dopo lo stordimento ritorni al quotidiano e ti senti stranamente appagato e in sintonia con la vita.
Maria Pina Ciancio

POESIA/ La libellula

•agosto 23, 2021 • Lascia un commento

Oggi, una libellula lungo la strada,
e la traccia di Amelia che si rifà viva .

libellula
“[…] dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene […]”
(Amelia Rosselli, da La Libellula, 1958)

Visitare la Tuscia. Etruschi e poesia nella città di Tarquinia

•luglio 26, 2021 • Lascia un commento

“Qui tutto è fermo, / incantato nel mio ricordo. / Anche il vento.” Vincenzo Cardarelli

Per un viaggio sulle orme degli antichi etruschi, consigliamo la visita di Tarquinia nel territorio della Tuscia a sud della Maremma Laziale. Una bella cittadina di circa 16000 abitanti molto tranquilla, pulita e accogliente. Dista pressappoco un’ora e trenta da Roma e si raggiunge percorrendo la via Aurelia in direzione Grosseto. Il viaggio può essere interessante sia nella stagione estiva che invernale. Noi abbiamo scelto la prima, così da poter beneficiare anche della pace e della serenità che si gode lungo alcuni tratti della costa tirrenica.

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Tarquinia è una città interamente circondata da mura perimetrali medievali, con svariate porte che si aprono sul centro storico. Per il nostro alloggio abbiamo scelto La casetta di San Martino*, un’abitazione in pietra con scalette esterne che si raggiunge in macchina parcheggiando su via dell’Orfanotrofio a soli 3 euro al giorno. La consigliamo per la gentilezza e la disponibilità della proprietaria, per la pulizia e per la centralità della sua posizione. Si trova infatti  in un angolo molto suggestivo del paese, accanto alla Piazza e alla Chiesa di San Martino, considerata la più antica di Tarquinia. Un edificio molto semplice, con la facciata incastonata in altre costruzioni e di dimensioni piuttosto ridotte. Pur non presentando all’interno opere di grande rilievo, ad eccezione dei resti di alcuni affreschi, è proprio la semplicità e l’essenzialità dello stile romanico a renderla pregevole.

Partendo da questa posizione si può effettuare il giro della città a piedi, organizzandosi a piacere, per scoprire gli angolini e gli scorci più nascosti che sono davvero tanti e che invitano al raccoglimento interiore e all’intimità.

Ciò che colpisce di Tarquinia sono le numerose chiese, le altissime torri, i palazzi, il castello, le porte e i tanti belvedere dove l’occhio può spaziare all’orizzonte.

La zona più interessante della città è sicuramente quella di Porta di Castello con il Torrione Matilde di Canossa, che si apre nelle belle mura di Tarquinia in corrispondenza della chiesa di maggior valore artistico della città: Santa Maria di Castello. L’atmosfera che si respira passeggiando in questa zona è davvero suggestiva, i luoghi sono belli da ammirare e da fotografare. Di mattina presto o di sera tardi, quando la gente si dirada, si sente il rumore dei propri passi sul selciato, il tubare dei colombi e il frinire delle cicale. Dire che l’atmosfera assume un non so che di magico e senza tempo, è riduttivo. Il tramonto poi e il Tirreno all’orizzonte, incorniciano l’area in un’atmosfera dal fascino indiscusso. La Chiesa di Santa Maria di Castello che abbiamo trovato aperta dopo le 10 di mattina da un custode molto cordiale e gentile, è splendida sia all’interno che all’esterno e si erge accanto ad una delle cinquanta torri che punteggiano la città.

Uscendo da Porta Castello, a circa 200 metri sulla sinistra, sotto i bastioni delle mura fortificate, si raggiunge Fontana Nova, un antico mattatoio in campagna con un grande vasca rettangolare, che un tempo serviva per tenere a bagno gli ortaggi e che è alimentata dall’acqua di una sorgente che si trova sul lato opposto della strada. Altre tappe importanti sono sicuramente il Santuario di Santa Maria di Valverde, la Chiesa di San Francesco, la Chiesa di San Giovanni, il Duomo, il Palazzo dei Priori. Non tutti i monumenti però sono aperti negli stessi giorni e negli stessi orari, per l’apertura di alcune chiese più piccole, conviene informarsi presso una delle parrocchie.

Uscendo sulla strada principale, all’imbocco di corso Vittorio Emanuele si apre invece il Palazzo Vitelleschi del XV secolo, che ospita il Museo Nazionale Etrusco, sicuramente la maggiore attrattiva di Tarquinia. Merita il palazzo e merita la preziosa collezione di arte etrusca che custodisce  numerosi  reperti provenienti dagli scavi circostanti. Tra i numerosi sarcofagi, campeggia in una sala a se stante la meravigliosa scultura etrusca dei Cavalli Alati, mentre all’ultimo piano, da una terrazza coperta è possibile ammirare il panorama della città, peccato solo che i vetri siano in plexiglas e non consentano una vista pulita sulla zona. Il biglietto d’ingresso per due giorni costa 10 euro e dà possibilità di visitare il Museo e la Necropoli di Monterozzi, altre opzioni includono anche il Museo e la Necropoli di Cerveteri.

All’uscita del museo, risalendo  lungo corso Vittorio Emanuele, si giunge a  Piazza Trento e Trieste. Qui è possibile visitare la monumentale fontana circolare, il Palazzo Comunale (da cui si ha una bella vista della piazza), la Chiesa del Suffragio e di San Leonardo. Quello che ci sentiamo di consigliarvi è di lasciarvi guidare dall’istinto e  dalla curiosità, così da scoprire di volta in volta gli innumerevoli tesori che questa città nasconde tra i suoi vicoletti.

Fuori dal centro storico, a poche centinaia di metri dal Belvedere Parco delle Mura, si trova la vasta Necropoli di Monterozzi con le sue tombe a camera dipinte e le caratteristiche tombe di pietra a funghi. L’area è pulita, ben organizzata e ben illustrata con pannelli espositivi; di tanto in tanto è possibile fare una piacevole sosta ad una panchina sotto gli alberi di ulivo. È presente anche un piccolo ristoro e servizi i igienici. Durante l’estate consigliamo di effettuare la visita nelle prime ore della mattino subito dopo l’apertura o al tramonto e comunque muniti di cappellino o ombrellino parasole.

La nostra permanenza a Tarquinia è durata quattro giorni, durante i quali abbiamo esplorato anche alcuni tratti del litorale a nord e a sud della costa tarquinense. La spiaggia libera di San Giorgio con l’area delle Saline ci è piaciuta molto. Si tratta di un’oasi naturalistica protetta dal carattere ancora selvaggio. La si raggiunge lasciando la litoranea e imboccando una strada in ghiaia bianca segnalata da un piccolo cartello. I bagnanti sono davvero pochi, il mare abbastanza pulito, l’atmosfera tranquilla. Per chi è appassionato di fotografia, consigliamo di trattenersi fino al tramonto.

L’ultima tappa, prima del rientro, l’abbiamo fatta inoltrandoci per circa 20 chilometri nell’entroterra, fino al punto panoramico di Poggio della Rotonda, un’altura di circa 500 metri nel comune di Monte Rotondo, di notevole pregio per la magnifica vista con cui lo sguardo può vagare dal mare, alla Valle del Mignone, all’entroterra viterbese fino alle pendici dell’Appennino, al Monte Amiata, all’Argentario ed alcune isole dell’Arcipelago Toscano. La sensazione è quella di essere immersi in uno spazio incontaminato e selvaggio. La vegetazione è ricchissima e varia, l’odore delle piante inebriante e il frinire delle cicale assordante. Ci hanno colpito soprattutto i tanti rovi selvatici di more ormai mature e un’infinità di fiori secchi di cardo mariano, costellati da grappoli di lumachine bianche. Abbiamo avvistato a pochi metri da noi un enorme rapace, ci siamo imbattuti in mandrie di mucche al pascolo ed escursionisti a cavallo. L’effetto che si prova qui in alto è rigenerante, la sensazione di quiete e serenità.

Il rientro a Tarquinia lo facciamo percorrendo distese di ulivi e stoppie di grano dorate dal sole. In più punti la strada fiancheggia l’Acquedotto settecentesco delle Arcatelle, conosciuto anche come l’Acquedotto Romano, che in passato portava l’acqua nella vecchia Cornero, oggi Tarquinia. Tutto il percorso che si snoda da Monte Rotondo alla città vive dentro un alone di sospensione e di poesia, a cui fanno da sottofondo i versi del poeta tarquiniese Vincenzo Cardarelli.

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.

A Tarquinia ci godiamo ancora un’altra passeggiata al fresco della sera sotto l’Alberata fino a piazza Belvedere, mangiamo una buona pizza in uno dei caratteristici localini lungo la strada e ci apprestiamo al rientro, portandoci dentro la bellezza e la quiete di questo territorio dagli spazi aperti, intimi e accoglienti che placano la mente e acquietano l’animo dal brusio interiore.

testo e foto di Maria Pina Ciancio

*Casetta di San Martino vai

LIBRI/ Il manicomio dei bambini di Alberto Gaino

•agosto 7, 2019 • Lascia un commento

Questo libro scritto per  non dimenticare; per ricordare a chi è vissuto al tempo dei manicomi e per informare chi non c’era.  – Alberto Gaino

Si chiamavano Istituti ortofrenici e avevano nomi insospettabili, come Villa azzurra, Casa di cura Santa Rita, ecc, ma in realtà erano manicomi per bambini, grandi fabbriche di selezione sociale, discariche umane e di annientamento. Di quelli dove i piccoli (gli “arnesi”, lo scarto della società) provenienti in gran parte da famiglie povere, numerose ed emarginate, conducevano una vita legati ai letti, ai tavoli, ai termosifoni, senza giocattoli, nè cure, nè affetti. Venivano sottoposti ad elettrosckok senza anestesia,  a terribili punizioni corporali e utilizzati come cavie da professori che si fregiavano di riconoscimenti scientifici e alla carriera (vedi Giorgio Coda). La storia è piena di tali orrori, di bambini invisibili condannati all’ergastolo fino alla morte.

Franco Basaglia definì il manicomio un luogo di segregazione degli uomini  e delle donne improduttivi. Con i bambini che vi furono internati, la selezione fu preventiva.  Secondo psichiatrionline.it nel 1966 in Italia 226.000 bambini e adolescenti erano ricoverati in istituti e le classi differenziali contavano 106.000 iscritti.

 

Lo scandalo dei manicomi scoppiò il 20 luglio del 1970, quando l’Espresso pubblicò  la foto di una bambina nuda e legata alle sponde del letto mani e piedi: crocifissa. Si chiamava Maria. La notizia fece grande scalpore nell’opinione pubblica e da quel momento iniziarono una serie di controlli, inchieste, denunce del personale e delle strutture.

PaginoneEspresso

Quanche anno dopo, fu Legge Basaglia (Legge 13 maggio 1978n. 180 – “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”), a disporre in Italia la chiusura dei manicomi e a segnare una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici.  La Legge Basaglia è stata la prima legge al mondo a disporre la chiusura dei manicomi e l’Italia resta l’unico paese ad avere attuato in modo così radicale il processo di de-istituzionalizzazione.

7c20c4_79078138052844d285781423bd83e6ac_mv2Ricordiamoci di questa vergogna italiana, di questi lager finanziati con soldi pubblici e in gran parte gestiti da religiosi, che ricoveravano bambini di appena tre anni, con la formula sommaria: “Pericoloso a sè e agli altri”!

Ricordiamolo con questo libro di Alberto Gaino, Il manicomio dei bambini, EGA-Edizioni Gruppo Abele 2017.

AFORISMI/ Sulla vanità

•luglio 18, 2019 • Lascia un commento

Maria pina ciancio, aforismi

# Aforismi, vita, esistenza, vanità

Una poesia di Emily Dickinson

•luglio 17, 2019 • Lascia un commento

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi

emily dickinson

Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi
Non avrò vissuto invano
Se potrò alleviare il Dolore di una Vita
O lenire una Pena
O aiutare un Pettirosso caduto
A rientrare nel suo nido
Non avrò vissuto invano.

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

AFORISMI/Affetti

•luglio 5, 2019 • Lascia un commento
maria pina ciancio, madre, aforismi, affetti
#aforismi, frasi, affetti, madre

Foto_ Tramonto sulla Diga del Pertusillo (Basilicata)

AFORISMI/ Sulla vita

•giugno 2, 2019 • Lascia un commento

maria pina ciancio aforismi arroganza
@ aforismi, vita, mediocrità, esistenza

Una panchina rossa contro la violenza sulle donne

•aprile 9, 2018 • Lascia un commento

I diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano; lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità (Kofi Annan)

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Contursi, 2018

AFORISMI/ Sulla vita

•dicembre 17, 2017 • Lascia un commento

maria pina ciancio, aforismi e frasi
#aforismi, frasi, vita, esistenza

POESIA/ Scritti d’inverno di Marina Minet

•ottobre 17, 2017 • Lascia un commento

marina minet, scritti d'inverno fronte

Una poesia tratta da Scritti d’inverno, l’ultimo libro di Marina Minet “uscito qualche mese fa a cura del Premio Città di Taranto per la Casa Editrice Print Me.

Ridondanza

La ragione mi scioglie la gola
i polsi e le parole
mi vince e m’interpella ogni momento
negandomi l’azzurro.

Perdonatemi per questa ridondanza
che versa lamentele
per questi verbi mossi, severi come Dio
per questo sguardo fiero che mostra verità.
Perdonatemi se il sangue mi riscalda
se il vento non mi piega
se ascolto le campane con stupore
e cerco ovunque gigli per dire la bellezza.

Perdonatemi se il cuore mi sobbalza
se il tempo mi ha trafitto
se all’alba chiudo gli occhi
e se ho scordato il nome
di tutte le sventure.

Perdonatemi se penso alle mancanze
ai fiori che ho strappato
se indosso le mie colpe come rovi
per farmi penitenza e piccola prigione.

Quanta poca grazia concedono cent’anni
e i giorni che sudiamo
ammucchiano gli eventi e ingannano così
lasciandoci pensare che poi ritorneranno
per regalarci i passi
e i denti uguali ai santi.

(p.10-31)

marina minet, scritti d'inverno, retro

La pubblicazione di questo libro è il premio riservato al vincitore del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, 9ª edizione 2015, sezione poesia, organizzato dall’Associazione Culturale “Le Muse Project”.

http:\\premioletterarionazionalecittditaranto.wordpress.com

Cose belle…

•febbraio 16, 2017 • Lascia un commento

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Grazie ai miei meravigliosi alunni, Mattia e Francesco! ♥

SEGNALINK/ Appunti e risorse per una didattica attiva (spazio scuola)

•dicembre 19, 2016 • Lascia un commento

appunti per una didattica attiva a scuola

https://didatticattivablog.wordpress.com/

ARTE/ Gli spunti di vista di Marco Guzzini

•luglio 9, 2016 • 1 commento

Se posso, Scarabocchio. / Parole, racconti, disegni e immagini (Marco Guzzini)

Seguo da qualche tempo il suo blog e i suoi lavori. Complimenti all’autore per queste immagini leggere e sognanti sospese tra reale e fiabesco, ma sempre appuntate ai contesti e alla quotidianità del presente.
Per conoscere Marco Guzzini e visionare altri suoi disegni, consiglio di visitare il suo blog personale all’indirizzo:
https://marcoguzzini.wordpress.com

LIBRI/ Perché leggere i classici di Italo Calvino

•giugno 19, 2016 • 2 commenti

italo calvino
I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

da “Perchè leggere i classici” – Italo Calvino

LIBRI/ L’ antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica di Jean-Paul Sartre

•aprile 19, 2016 • Lascia un commento

L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo. (Sartre)

Se non siamo filosofi o studiosi di filosofia, conosciamo solitamente Sartre come letterato, io stessa mi imbattei per la prima volta in un suo romanzo quando ero poco più che adolescente. Il libro si intitolava “L’età della ragione” e a quel tempo credo di aver afferrato metà del contenuto e del suo messaggio, ma l’ho amato all’istante e ne ho immediatamente colto la grandezza. Ecco, Sartre l’ho incontrato lungo questa strada, ma Sartre non è solo questo. Accanto ai romanzi ci sono un’infinità di saggi critici, filosofici e politici interessanti ed appassionati. Tra questi “L’antisemitismo. Riflessioni sulla questiona ebraica” e credo che una lettura di questo libro sia fondamentale per comprendere le ragioni storiche e sociali dell’antisemitismo e della questione ebraica. Fenomeni, come ci spiega Sartre, strettamente connessi e correlati, perché il problema ebraico ha radici proprio nell’antisemitismo, creando un circolo vizioso, difficile da spezzare. Sartre mette in luce, attraverso un’analisi dettagliata, ragionata e approfondita, aspetti e caratteri di entrambi, risvolti, conseguenze, possibilità di soluzioni. Se è possibile connotare l’antisemita come appartenente al piccolo borghese, è possibile superare questo accanimento violento solo inglobando la lotta all’antisemitismo nella “rivoluzione socialista”, perché secondo il filosofo francese, il problema ebraico non è individuale, ma collettivo. Non vorrei che fosse questo aspetto a sminuire per molti la forza di questo libro, dandone una lettura univoca. Ciò di cui bisogna tener conto è che questo saggio usciva dopo i campi di sterminio e possiede dunque certe letture o forzature radicali, che vanno cercate e per certi versi superate nel contesto storico e sociale del secondo dopoguerra. Sartre, pone a fondamento di una società più giusta nei confronti dell’ebreo (cioè all’assimilazione dell’ebreo) la propaganda e le leggi anti-ebraiche, l’istruzione, “l’autenticità” dell’ebreo stesso come colui che rivendica se stesso. Ciò che avvalora inoltre questo libro è la passione, l’empatia e il coraggio con cui Sartre scrive queste pagine, che chiude con questa forte considerazione: “ … bisognerà dimostrare a ciascuno che il destino degli ebrei è il suo destino. Non ci sarà un francese libero, finché gli ebrei non godranno la pienezza dei loro diritti; non un francese vivrà sicuro, finché un ebreo in Francia e nel mondo intero potrà temere per la propria vita”. E’ un libro che ho scarabocchiato molto, nel senso che a fine lettura ho ritrovato pieno di appunti, sottolineature, annotazioni a matita.
Qualcuna la lascio qui:

La frase: “Io odio gli ebrei” è di quelle che si pronunziano in gruppo; pronunziandola, ci si riattacca ad una tradizione e ad una comunità: quella dei mediocri.

L’ebreo è qui solo un pretesto; altrove ci si servirà del nero, o del giallo

… l’ebreo oggetto di tanta esecrazione, è completamente innocente e direi anzi inoffensivo.

L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché uomo.

C’è una sincerità, una giovinezza, un calore nelle manifestazioni di amicizia di un ebreo come raramente si potrà trovare in un cristiano, invischiato nelle sue tradizioni e nelle sue cerimonie. Da ciò deriva anche il carattere disarmato della sofferenza ebraica, la più sconvolgente delle sofferenze.

Dopo la sua emancipazione, cioè da un secolo e mezzo circa a questa arte, l’ebreo tenta di farsi accettare da una società che lo respinge.

…bisognerà dimostrare  a ciascuno che il destino degli ebrei è il suo destino.

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L’antisemitismo, Riflessioni sulla questione ebraica di Jean-Paul Sartre
Edizioni SE (collana Testi e Documenti) 2015

[Maria Pina Ciancio]

ARTE/ La fotografia della protesta di Shirin Nesha

•aprile 15, 2016 • Lascia un commento

“Rifiuto di utilizzare l’arte come uno strumento per creare controversie, o per inasprire, offendere o contrastare qualsiasi forma di credo religioso o ideologia politica. In generale penso che qualsiasi espressione artistica che sia fondata su un pregiudizio sia sempre manipolativa e sbagliata, dal momento che spinge verso lo sdegno o addirittura la violenza.” Shirin Neshat

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Shirin Neshat (1957) è un’artista iraniana di arte visiva contemporanea, conosciuta soprattutto per il suo lavoro nel cinema, nei video e nella fotografia. Vive attualmente tra il suo paese di origine e New York ed è in assoluto una delle fotografe che amo di più, per il coraggio, l’originalità dei suoi scatti e per la forza di protesta rivoluzionaria che li attraversa.

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Attraverso i suoi bianco e nero, Shirin Neshat racconta la condizione femminile del mondo islamico, la reclusione e l’assoggettamento al potere maschile, ma anche la ribellione a cui la società l’ha costretta.

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Le donne vestono con chador e abiti scuri, nascondono il proprio corpo, ma sulle parti nude e visibili, è possibile leggere frasi e citazioni di poesie, quasi come un segno di speranza. Ne emerge  il bisogno di raccontare oltre che attraverso l’immagine anche attraverso la narrazione.
Shirin Neshat

Una recente intervista a  Shirin Neshat su exibar.com

ARTE/ La leggerezza nella scultura di Alexander Calder

•marzo 28, 2016 • Lascia un commento

Il mondo fantastico e in movimento di Calder

Queste sono alcune delle sculture in filo di ferro dell’artista statunitense Alexander Calder (1898- 1976), che mi hanno molto affascinata per l’eleganza, l’equilibrio delle forme e l’estrema leggerezza che sprigionano. Si tratta delle prime opere costituite da ritratti e sagome, poi lo sculture ha dedicato la sua ricerca al circo e alle sperimentazioni sui mobiles.

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Alexander Calder

Alcune sue opere sono conservate a Spoleto al Museo Carandente di Palazzo Collicola e sempre a Spoleto, nella cittadina Umbra, è presente una sua monumentale installazione intitolata “Teodelapio” realizzata e donata alla città in occasione del Festival dei due Mondi nel 1962.

Attualmente  è in corso una mostra dell’artista al Tate Modern di Londra.

LIBRI/ Massimo Recalcati, Le mani della madre

•marzo 25, 2016 • Lascia un commento

Benedette  siano le mani della madre. Benedetto il sostegno che offrono alla “rugiada” e ai “giorni” della vita. Benedetta la “pianta” della madre e la sua memoria (Rilke).

Dopo aver parlato del padre (Cosa resta del padre?) e del figlio (Il complesso di Telemaco), con questo libro, lo scrittore e psicanalista Massimo Recalcati affronta il complesso e inesauribile tema della madre. Ho letto questo saggio di 187 pagine in pochi giorni e devo dire che seppure un pò ripetitivo, è un libro interessante che offre svariati spunti di riflessione e di riconoscimento, come madre e come figli. Racconta l’eredità che ogni madre lascia al proprio figlio, delineando in apertura l’importanza delle mani (come cura e accoglimento) e del volto (come specchio e apertura al mondo). Semi e segni con cui la madre trasmette al figlio il senso della vita o toglie/mortifica il senso della vita.

Alcune sottolineature:

“La gravidanza innanzitutto. Non si tratta forse di un’attesa speciale? Attendere che il figlio germogli e venga alla luce del mondo. Ma l’attesa di una madre non assomiglia a nessun’altra attesa. Non è attesa di qualcosa: di un treno o di un anniversario, di un concerto o di un contratto. La maternità è un’esperienza radicale dell’attesa perché mostra come l’attesa non sia mai padrona di ciò che attende. Ogni vera attesa è, infatti, attraversata da un’incognita: non si sa mai cosa o chi si attende, non si sa mai come sarà il tempo della fine dell’attesa. L’attesa scompagina il già conosciuto, il già saputo, il già visto sospendendo ogni nostro ideale di padronanza.”

“Quella della madre non è la semplice attesa di un evento che può accadere nel mondo, ma di qualcosa che, sebbene lei lo porti con sé, dentro di sé, in sé, nel proprio ventre, nelle proprie viscere, appare come un principio di alterità che rende possibile un altro mondo. L’attesa è una figura profondissima della maternità perché rivela che il figlio viene al mondo come una trascendenza incalcolabile, impossibile da anticipare, destinata a modificare il volto del mondo. Accade anche nell’amore, quando attendiamo, quando continuiamo ad attendere chi ci manca, chi amiamo, pur conoscendo bene il suo corpo e il suo nome.”

L’attesa imposta dalla gestazione non è quindi solo un processo fisiologico ma anche mentale: il bambino si nutre del pensiero della madre e dei suoi fantasmi.”

“Ogni madre risponde innanzitutto non al bambino reale, ma a quel che di sé vede fantasmaticamente proiettarsi nel proprio bambino. Se quando guarda la madre il bambino vede se stesso nello sguardo dell’Altro – si vede come la madre lo vede: amabile o meno, desiderabile o meno –, quando una madre guarda il suo bambino vi deposita inconsciamente gran parte della sua storia di figlia.”

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Massimo Recalcati, Le mani della madre, Fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli 2015

MUSICA/ U2, Ordinary love

•marzo 16, 2016 • Lascia un commento

Bellissimo! Ordinary love è un singolo degli U2, pubblicato nel 2013 e scritto per la colonna sonora di Mandela: Long walk to freedom, il film biografico dedicato all’ex presidente della Repubblica Sudafricana. Il brano ha vinto nel 2014 il Golden Globe per la migliore canzone originale, ricevendo nello stesso anno anche una candidatura agli Oscar come migliore canzone. Mp

 
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