SEGNALINK/Via delle belle donne (rivista)

Quadrimestrale di Letteratura, Filosofia e Arte, Marzo 2008

Scrivo per segnalarvi una bella notiza. E’ uscito in questi giorni il numero “0″ della Rivista Telematica Via delle belle donne, nata dall’esperienza redazionale del blog letterario omonimo.

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La rivista è stata ideata e fondata da un gruppo di donne legate tra loro dalla passione per la scrittura e la poesia: Alessandr Pigliaru (Direttore Responsabile) Antonella Pizzo (Direttore Editoriale), Elisabetta Bucciarelli, Lucianna Argentino, Maria Pina Ciancio, Marina Raccanelli, Morena Fanti, Rita Bonomo, Sandra Palombo.

In questo primo numero, che rappresenta un pò un trampolino di lancio della rivista, ci si è soffermati sulle specificità della scrittura femminile: la sua identità, la valenza simbolica,  i caratteri e le dinamiche interiori del linguaggio, attraverso una serie di proposte che vanno dal  saggio breve alla recensione, dall’intervista all’autoriflessione e che troveranno ulteriore approfonfimento nelle rubriche dei numeri successivi.
Per noi, un viaggio di amore e conoscenza.

[by Mapi]

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LIBRI/ Una barca nel bosco di Paola Mastrocola

A tutti coloro che hanno amato le isole o che sono, essi stessi, un’isola (Paola Mastrocola)

Ci sono tante categorie di libri, quelli brutti, quelli belli, quelli così e così. Questo è un romanzo che vale la pena leggere, perchè Paola Mastrocola riesce a cogliere nel segno molti dei malesseri e delle inadeguatezze di questo nostro tempo.
Ha scelto il filone della scuola e del romanzo di formazione, la scrittrice torinese, la scuola raccontata non dalla parte dei docenti, alla Domenico Starnone, ma con gli occhi di un ragazzino tredicenne che emigra, per studiare, da una piccola isola del Sud a Torino. Dal mare alla città, dall’identità all’omologazione: una barca nel bosco.
La storia di un talento sprecato, incompreso e schiacciato dal sistema: scolastico, sociale, lavorativo. I sogni che pian piano lasciano il posto alla consapevolezza e all’accettazione.
Interessante anche il rapporto tra padre e figlio, la storia di una presenza/assenza che  percorre orizzontalmente tutto il romanzo e a cui Gaspare, alla fine, lascia come epigrafe queste ultime parole:

“Forse era meglio che facevo il pescatore come te. Non so se ne saresti stato felice, ma forse era proprio meglio. Tu volevi chissà cosa per me. E invece era giusto così, tutti i miei compagni hanno fatto il mestiere del padre. E giusto così (…). Ma tu non volevi che io facesi il pescatore. Certe volte da bambino mi hai nascosto le lenze. Mi dicevi: non le trovi perchè sei sbadato, ma io lo sapevo che me le avevi nascoste tu. Chissà cosa mai fantasticavi per me, quali castelli.
Tanto tu non eri un padre che mi avrebbe aiutato. Me lo dicevi: adesso che vai a scuola sei grande, devi fare da te, io anche se potessi non ti aiuterei mai. Aveco sei anni quando mi dicevi così, sei anni!
Ma tu parlavi troppo con il mare, non sapevi niente del mondo.”
(p.257)

Un libro scomodo, che a tanti, giovani e meno giovani non è piaciuto. Un libro che racconta di sogni, ma anche di sconfitte e di rese, per denunciare un sistema non solo scolastico, ma sociale e lavorativo, che troppe volte non  premia chi merita, che omologa e schiaccia i talenti e le energie creative.
Ecco perchè amo questo libro, perchè  è dedicato a tutte le barche ignorate e dimenticate nel bosco che non vedranno mai il mare. Perchè restituisce voce a tutti coloro che hanno dovuto e dovranno accontentarsi e adeguarsi, ma che che restano se stessi, conservando il coraggio dell’identità e della dignità. Proprio come Gaspare!
Paola Mastrocola - Una barca nel bosco - Guanda 2004

[by Maria Pina Ciancio]

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VIAGGI/ La Certosa di San Lorenzo a Padula

Al crepuscolo sentivo di divenire inanimato ed eterno (…) giunto al silenzio, e liberato nel mio profilo come le montagne (Alfonso Gatto)

Ho ancora la sciarpa al collo, ma la primavera è già negli odori che aleggiano leggeri tra la vegetazione del parco, i chiostri, i giardini, gli interni del convento.
Un ritorno. Un viaggio dell’anima, dove l’immensità degli spazi riempie la mente e il cuore talvolta stanco, talvolta tenero d’infanzia. Consumo così l’assenza dei pensieri e resto sotto il grido di un volo rapido, tra lastre d’aria e soglie di silenzi,  in una ferma eternità.

La Certosa di Padula, nel Parco del Cilento, conosciuta anche come Certosa di San Lorenzo, è fra le più grandi e famose Certose esistenti in Italia, seconda per grandezza solo a quella di Parma.
Il monastero, dedicato a San Lorenzo,  fu fondato per volontà di Tommaso San Severino, nel 1306, sul sito di un esistente cenobio e crebbe di dimensione e di importanza nei secoli,  fino a quando gli ordini monastici non furono soppressi e i tesori saccheggiati e dispersi.
Nel 1998 la Certosa è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Oggi al suo interno ospita il museo archeologico della Lucania che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula.

A casa. Non ho scattato foto in questo viaggio, ma su internet ho trovato una interessante galleria fotografica di Michele Grieco. Da visitare per scoprire il fascino e  l’anima immortale e senza tempo della storia. 
[by Mapi]

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POESIA/Sinisgalli e la notte del 9 marzo

Abbiamo paura di sembrare deboli,
di farci sorprendere in un gesto
sconsiderato di debolezza
(Gelsomini, Sinisgalli)

Cade il 9 marzo l’anniversario di Leonardo Sinisgalli (1908-1981) il grande poeta matematico e ingegnere fondatore del periodico “Civiltà delle macchine”.
Nato a Montemurro, in un piccolo paesino della Val D’Agri lucana, dove i bambini battevano contro i muri le “monete rosse”, ha vissuto a Roma e a Milano e fu amico tra gli altri di Ungaretti e del pittore Scipione.
“La notte del 9 marzo” è una piccola prosa autobiografica giovanile dal sapore leopardiano, legata ai ricordi della vita militare del poeta e scritta proprio nella notte di un suo anniversario di nascita, lontano dagli affetti familiari e dalla terra natia. E’ tratta da “Prose di memoria e d’invenzione” (1964) e ne ho trascritto solo alcuni stralci, quelli più significativi per cogliere l’atmosfera di disagio, smarrimento e solitudine provata dal poeta, mentre in un convoglio di militari si dirigeva presumibilmente da Legnano alla stazione di Napoli, per raggiungere a piedi la caserma militare di Granili.

(…) Stavamo stretti nelle vetture, incappottati notte e giorno, fintanto che presso Fondi il convoglio non fu assalito da uno strano turbine, un fiato tiepido e soffocante. Era molto buio, era l’una di notte, e tutti gli ufficiali, la truppa, i cavalli, furono scossi da quella furiosa ventata. E’ marzo, dissi io tra me e me, è marzo, e io compio gli anni tra oggi e domani. I miei amici certo mi sentirono borbottare, i miei amici si erano affacciati al finestrino molli e fiacchi sotto la prima ardita brezza della lüna.
(…)
Mi difendevo quella notte, accucciato dentro il mio cappotto, mi difendevo dal lume della luna, dallo sgomento che la nera dea mi metteva nel cuore, la nera dea cacciata dall’inferno; e l’inferno era lì intorno, a Fondi, all’una di notte, la notte del mio compleanno. Mi ero tolto gli occhiali e molto mi ero allontanato: ecco pensavo con curiosa ebbrezza, che non mi conoscevo, questo viaggio potrebbe essere l’ultimo della mia vita.
(…)
Così quando scendemmo dal treno dopo quarantott’ore di viaggio, la notte in cui cadeva l’anniversario della mia nascita, quando scendemmo alla stazione dei campi Flegrei era ancora scuro il cielo, la luna era tramontata, Proserpina era scomparsa. Dovevamo raggiungere la caserma dei Granili e le guide non sapevano riconoscere le strade al buio. Eravamo stanchi, e ci restava ancora tutta la città da percorrere a piedi come un gregge. Ecco, io ero in testa alla colonna, e mi sento carezzare le gambe dolcemente nell’oscurità. Era un cane, un cane che cominciò a leccarmi le mani come avrebbe fatto col suo padrone morto e resuscitato. Io mi misi a seguire la strada che il cane ‘indicava. Un cane a quell’ora, quella notte, era certamente un’immagine cara che mi veniva in soccorso.

Una prosa semplice, asciutta e moderna, questa di Sinisgalli, che torce il muso all’eloquenza “non volevo scrivere come D’Annunzio e neppure come Cecchi” ha confessato un giorno il poeta “Il mio sforzo non stava tanto nel fabbricare una prosa quanto nel fabbricarmi un’anima”.

da “Prose e memorie d’invenzione”, 1964 (una ristampa delle due raccolte di racconti “Fiori pari e fiori dispari”, 1945 e “Bellimboschi”,194 8)

[by Maria Pina Ciancio]

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ARTE/ Michelangelo Buonarroti poeta

“Ogn’ira, ogni miseria e ogni forza,/chi d’Amor s’arma vince ogni fortuna (M. Buonarroti)

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Forse davvero pochi sanno che Michelangelo Buonarroti (1475-1564) oltre ad essere famosissimo scultore, pittore e architetto è stato anche scrittore e poeta. Alla poesia si dedicò per tutta la vita, profondendovi in una prima fase interesse marginale e occasionale, successivamente costanza, continuità e assiduità crescente.
E’ impressionante, ma la produzione di Michelangelo in poesia consta di circa 300 componimenti, molti dei quali pare, dedicati alla poetessa Vittoria Colonna e all’amico Tommaso de’ Cavalieri, che l’artista non volle però mai dare alle stampe. Le Rime sono state pubblicate solo dopo la sua scomparsa: la prima volta nel 1623, successivamente in altre edizioni, nell’ottocento furono tradotte dal filosofo R.W. Emerson,  oggi  invece la sua intera opera poetica è raccolta in una corposa antologia edita per i tipi della Garzanti.
Il fatto che molte poesie fossero state scritte dall’artista su fogli che recano disegni o schizzi, fa pensare allo stretto legame che ebbe per Michelangelo  l’opera figurativa e quella poetica, come il bisogno di chiarire, definire, concettualizzare, la realtà, ma l’arte stessa in fondo, attraverso il potere simbolico e rivelatorio  della parola.
La sintesi poetica dello stretto parallelismo tra arte e poesia, è tutta racchiusa in questi stralci di versi che riporto dalle Rime:

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sè non circoscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.”

***

“Sì come nella penna e nell’inchiostro
è alto e ‘l mediocre stile,
e ne’ marmi l’immagin ricca o vile,
secondo che ‘l sa trar l’ingegno nostro…”

La poesia dell’artista che lotta strenuamente con la materia per cavare da essa l’immagine presente nella sua mente.
Montale e Ungaretti rimasero profondamente colpiti dalla forza della sua lirica, per tanto tempo ingiustamente sottovalutata dalla critica. Una poesia del disagio e della crisi. Ciò che emerge dalle Rime infatti, sono i travagli personali dell’artista, la solitudine, il suo temperamento scontroso e al tempo stesso devoto alla famiglia. Una poetica tutta tesa al superamento delle difficoltà reali o fittizie che si possono riassumere nelle contraddizioni vita/morte, speranza/sconforto, virtù/peccato, umiltà/superbia.

Vivo al peccato, a me morendo vivo;
vita già mia non son, ma del peccato:
mie ben dal cieel, mie mal da m’è dato,
dal mie sciolto voler, di ch’io son privo.
Serva mie libertà, mortal mie divo
a me s’è fatto. O infelice stato!
a che miseria, a che viver son nato!

Accanto alle Rime, un altro documento letterario prezioso di Michelangelo,  sono le “Lettere,” dirette ai più famosi artisti del tempo, scritte anch’esse senza pretesa, con un linguaggio tormentato e personalissimo.
[by Maria Pina Ciancio]

Testi di riferimento:
Rime, Michelangelo Buonarroti, Garzanti, 2006
Poesia italiana. Il cinquecento, a cura di Giulio Ferroni, Garzanti 1978

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LIBRI/ Le “lettere fraterne” di De Luca e Sarajlic

Erri De Luca, Izet Sarajlic, Lettere fraterne, Libreria Dante & Descartes, 2007

Ha tutto il fascino del romanzo epistolare questo libretto, Lettere fraterne, dello scrittore napoletano Erri De Luca e del poeta bosniaco Izet Sarajlic. Autentico, vero, immediato. Non un carteggio tra conoscenti e neppure tra amanti, ma tra amici. Amici fraterni che si raccontano e documentano una realtà psicologica e sociale di due paesi in movimento: il sud dell’Italia e la Bosnia della guerra.
Con questo libro, dalla copertina bianca e una foto monocromatica “senza tempo” di un abbraccio fraterno dei due scrittori, mi sono concessa il “diritto” di rileggere e di annotare qualche stralcio dell’espistolario:

<< Quando eri bambino portavi sandali, lo so da una tua poesia. Non so se hai imparato presto anche tu a camminare scalzo, come noi nati sulla costa. Nei vicoli lastricati a pietre lisce, sulle sabbie della risacca, si formava sotto l’arco dl piede la suola adatta a correre sugli scogli. Era una bella sveltezza. Quando si cammina sulla sabbia dove schiuma il mare si capisce presto che per andare bene non devi mettere i piedi nell’orma di chi ti precede, altrimenti sprofondi… (Erri, p.14)

<< (…) una volta, tanto tempo fa, scrissi che se io, poeta lirico, dovessi per caso dedicarmi alla prosa, condenserei anche Anna Karenina in una ventina di pagine, aggiungendo inoltre: così non ci sarebbe nessuno a buttarsi sotto il treno né alcun andirivieni per la stazione! Ma non soltanto perché io sono un poeta lirico.
(…) Io anche amo i libri con lieto fine. Spero anche che questo nostro libro bosniaco che è il quinto anno che stiamo scrivendo insieme finirà lietamente.
(Izet, p.21)

<< Quando c’è poco tempo e bussano alla porta, battono la città con artiglieria, quando brucia, quando sei solo in un letto d’ospedale, quando arrivi troppo tardi, quando ti mancano le parole e il fiato è corto, allora la poesia, una, prende il tuo posto, prende la tua mano che non ci arriva: e arriva. Negli assedi, nelle prigioni, nelle cantine su pezzi di carta di fortuna si scrivono poesia. (Erri, p.63)

<< Caro Erri, dai smettiamola di rincorrerci con queste lettere sui giornali. Rimandiamo la pubblicazione di questo carteggio, dal momento che l’abbiamo proseguito, a un libro da fare insieme, in futuro. Non piacerebbe forse anche a te che un giorno insieme, come i fratelli Grimm di una favola nostra, diventassimo coautori di un libro? E perché il libro non potrebbe essere essere proprio questo? (Izet, p.71)

Sono appunti a margine di un libro ricevuto in regalo, che ho letto nelle ultime settimane del dicembre scorso. Il carteggio inedito tra due scrittori del “sud”, Erri De Luca e il poeta Izet Sarajlic (47 anni il primo, 67 il secondo).
Un libretto agevole e leggero, su una corrispondenza “poetica” e privata di due amici, un patrimonio immenso di emozioni e informazioni attraverso le quali è possibile seguire questioni pubbliche e private, ma soprattutto le vicende storiche di un popolo, come quello bosniaco, lacerato e dilaniato per anni dalla guerra.
(Consigliato agli appassionati di poesia… ma soprattutto agli amici)
[by Maria Pina Ciancio]

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POESIA/Ungaretti, meditazione sulla poesia

Poesia/ è il mondo l’umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola* (Ungaretti )

Da una rilettura di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) l’idea di “poesia” in alcuni appunti sparsi del poeta “nomade”.

Frammento 1:

“Io credo che il giorno che non ci sarà più la poesia, non ci sarà nemmeno l’uomo. Il modo tecnico di far poesia può anche mutare, non so né come né quando, se necessità nuove esigeranno che l’uomo si esprime in un modo diverso, con parole diverse, o che parli un linguaggio più rapido; ma l’uomo non potrà vivere senza poesia, perché essa rappresenta il secreto non solo di chi riesce, così per dono, a scriverle sulla carta, ma di tutti, perché tutti l’anno nell’anima. O l’uomo cessa di esistere, e allora al suo posto verrà fuori una specie di burattino che si muove automaticamente, o resta ancora uomo con tutte le sue qualità fondamentali (fantasia, sentimento, senso di comunione con gli altri, ecc); in questo secondo caso, la poesia per forza continuerà a vivere”.

Frammento 2:

“L’esperienza poetica è esplorazione di un personale continente d’inferno, e l’atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà. Continente d’inferno, ho detto, a causa della singolarità del sentimento di non essere come gli altri, ma in disparte, come dannato, e come sotto il peso di una speciale responsabilità: quella di scoprire un segreto e rivelarlo agli altri. La poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella di essere un uomo d’oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della cacciata dall’Eden; nel suo gesto d’uomo, il vero poeta sa che è prefigurato il gesto degli avi ignoti, nel seguito di secoli impossibile a risalire, oltre le origini del suo buio”.  (da Vita di un uomo, Nota introduttiva)

Frammento 3:

“Soltanto la poesia, l’ho imparato terribilmente, lo so, la poesia sola può recuperare l’uomo, persino quando ogni occhio s’accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l’uomo è molto meno regolato dalla propria opera che non sia alla mercè dell’Elemento”.

La felicità creativa, la fede nella parola, l’eternità della poesia. Ecco cosa mi colpisce di  questi appunti di Ungaretti. L’opera salvifica della poesia, che nel suo inquieto e tormentato cammino, si fa salvezza, grazia, luce. Mapi

Commiato, 1916 (da Il porto Sepolto)

Segnalo anche un testo inedito del poeta, vergato a mano, sul frontespizio di un libro donato all’amico Giuseppe Caselena in trincea durante la guerra.

[by Mapi]

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LIBRI/Il cacciatore di aquiloni di Hosseini

“Non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato.
Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente” (Hosseini)

E’ un libro del distacco e del ritorno. Della partenza dall’Afghanistan nel 1975 per gli Stati Uniti e del ritorno nel 2001, in una terra dilaniata e lacerata dagli orrori della guerra, quella dei padri, dell’infanzia perduta, delle colpe non espiate, degli aquiloni in volo, prima che i sogni venissero spezzati e precipitassero irrimediabilmente al suolo.
Il cacciatore di aquiloni (2006) è la storia di Amir, un ragazzo afgano pasthun di Kabul, che si snoda nell’arco di 30 anni: dalla caduta della monarchia in Afghanistan, all’invasione russa, dall’esodo di massa verso il Pakistan, all’instaurarsi del regime talebano.
Un libro popolato da una moltitudine di personaggi, sostenuto da un intreccio forte e articolato, con una trama scorrevole a tratti crudele ed estrema. Toccante.

Il ritorno:
<<Sentii la terra fredda  sotto i piedi nudi e, per la prima volta da quando avevo atraversato il confine, abbi la sensazione di essere effettivamente tornato. Dopo tutti quegli anni ero di nuovo a casa, nella terra dei miei antenati. La terra dove il mio bisnonno aveva sposato la sua terza moglie l’anno prima di morire nell’epidemia di colera che colpì Kabul nel 1915. Finalmente aveva avuto il figlio maschio che le due precedenti mogli non gli avevano dato. La terra dove mio nonno aveva ucciso un cervo in una battuta di caccia con il re Nadir Shah. Mia madre era sepolta in questa terra. E su questa terra avevo lottato per avere l’amore di mio padre.
Mi sedetti contro un muro della casa. Mi stupì di scoprire dentro di me un attaccamento così profondo alla mia terra. Ero stato lontano molto tempo, quanto bastava per dimenticare ed essere dimenticati. Nel paese in cui vivevo adesso, la mia terra sembrava appartenere a un’altra galassia. Ma non era così. E nel chiarore biancastro della luna sentivo sotto i miei piedi la voce dell’Afghanistan. Forse neppure l’Afghanistan mi aveva dimenticato
>>. (p 253)

Adesso so che ha la copertina e il cuore rosso come un aquilone teso in volo, questo libro; ed è un buon libro.

(Ecco, non ho iniziato nessuno dei quattro romanzi che avevo acquistato venti giorni fa a Roma. Avevo voglia di una trama. E i miei non ne avevano. E così ho ripreso “Il cacciatore di aquiloni”, un regalo di natale, nei confronti del quale conservavo qualche  punta di sana reticenza. Un pacchetto con un libro e una sciarpa colorata …i miei regali preferiti!)
[by Maria Pina Ciancio]


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POESIA/ Pasolini legge Ezra Pound

Ciò che sai amare non ti sarà strappato (E. Pound)

Era Venezia. Era  l’autunno del 26 ottobre 1967, quando due grandi ”colossi” della poesia italiana e americana si incontrarono per la prima volta. Il fotografo Gianfranco Contini, capì subito che si trattava di un avvenimento “storico” e chiese alla direzione della Rai di filmare tutta l’incontro*.

Continua a leggere ‘POESIA/ Pasolini legge Ezra Pound’

DIARIO/ Sul dolore

La felicità è solo un sogno, reale è il dolore (Voltaire)

Scrivo, racconto di libri, di storie e di poesia, come antidoto al dolore talvolta. Quello dichiarato e quello vissuto in sottofondo.

Nonostante quel taglio “innocente” che abita e lacera le cose e che si espande in forme dai contorni sempre più lucidi e netti. Smerigliati e riconoscibili al tatto* talvolta. Fin quanto la ferita bruciante assume le sembianze di un “dolore perfetto”, la vita s’inarca nello spazio della morte e la “morte non ha luogo” (De Angelis).

Nelle sue diverse forme il dolore è stato interpreato ed espresso da sempre, nella letteratura e nella poesia di tutti i tempi. Da  Omero (nella consapevole e tremenda lacerazione della guerra), fino al novecento, che ne ha rappresentato la sostanza “incandescente” più inquietante e drammatica nei versi di poeti come Ungaretti e Montale in vicinanza e consonanza di dialogo leopardiano. Un dolore fisico e dell’anima. Il conflitto tra il disagio e la società. L’impossibile conciliazione, talvolta. [by Mapi]

da L’esatta cubatura del vuoto*

Esistere
è un’impalpabile diminuire

aprire una sfera
che ha dentro una sfera
e un’altra e un’altra ancora
fino al punto

detta l’ultima parola.
Così fra le parti del corpo
le dita
sono le più infelici

perché il dolore è palpabile.

(Biagio Salmeri)

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