LIBRI/ Le due anime del giullare di Salvo Zappulla

•Maggio 28, 2009 • 6 Commenti

Si considera persona intelligente lo scienziato che saltellando di gioia annuncia all’opinione pubblica di essere riuscito  a scoprire una nuova potentissima arma mortale in grado di consegnar alla nazione il predominio militare, oppure lo stesso che, dopo aver realizzato la tremenda scoperta, ha un ripensamento e distrugge immeditamente la formula rinunciando alla gloria personale? (S. Z.)

E si potrebbe continuare con altri richiami alla brillante  e atipica nota introduttiva  (Sproloqui) di questo libretto, che prosegue magnificamente così:  «E’ più intelligente chi intuisce che vendendo il suo appezzamento di terreno potrà ricavarci un ottimo affare o l’altro che si accontenta di piantarci le rose per il solo gusto di innaffiarle?»
Ecco, questo solo per dire che “Le due anime del giullare” è un libro letterariamente sensuale, cioè fatto di tecnica ed ispirazione, perchè come sosteneva Marguerite Duras, quando il corpo dello scrittore si fonde con  i propri libri, si genera una sensualità di riflesso, fatta non solo di carta e inchiostro, ma anche  di testa, carne, sudore.
I diciotto  racconti brevi  che compongono questa raccolta,  sono tutti sostenuti da una filosofia di vita ‘pura’ (priva di retorica), che attraverso un linguaggio schietto, surreale e  ironico (sarcastico talvolta), ma di grande godibilità, sottende una profonda crisi interiore e collettiva della società.
La forza immaginifica di questi racconti di Salvo Zappula (Sortino 1961), sta nel recupero di una semplicità di vita (qualcuno la chiamerebbe saggezza), che sa ancora esistere,  stupire, commuovere.
A tal proposito, ho trovato di grande fascino e intelligenza  il racconto ‘L’amara guerra  del soldato  Taylor’, che non stenterei ad accostare per significanza e forza di denuncia delle atrocità della guerra, ad alcuni passaggi del bellissimo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (1929) dello scrittore tedesco Remarque.
Salvo Zappulla, Le due anime del giullare, Ed. Prova d’Autore 1992

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Il giunco mormorante di Nina Berberova

•Maggio 8, 2009 • 3 Commenti

Ognuno di noi ha la propria ‘no man’s land’  in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa  nulla (N. Berberova)

Ottanta pagine. Copertina rosa antico. Piccola Biblioteca Adelphi 249.  Questo libretto della Berberova se ne stava nascosto da qualche anno sotto una pila di libri letti e non letti.  E’ sbucato fuori l’altra sera, così per caso, all’improvviso, ed è stato il tempo dell’incontro.  Una lettura appassionata e contaminante, come non può essere diversamente la scrittura di  Nina Berberova. Narratrice, saggista e poeta russa, di cui consiglio  una selezione di poesie a cura di Margherita Rimi qui.
“Il giunco mormorante” è il racconto di un amore che non c’è più, di quando le mani si aggrappavano tutte e quattro una all’altra. Di un amore conservato e difeso nella no man’s land, in quella nostra zona  libera e segreta, silenziosa e inaccessibile, indispensabie e necessaria, che alberga in ciascuno di noi.

“Il mio inconto con Ejnar aveva avuto luogo nella no man’s land. Poi era successo quello che talvolta succede: la seconda vita era cresciuta e aveva cominciato a mettere in ombra la prima. Allora eravamo a quello stadio dell’amore in cui non si riesce a pensare a nient’altro. Ed entrambi sapevamo cosa sono il segreto assoluto e la libertà assoluta”. (p.38)

Poi la vita riprese a scorrere rapida. E soltanto la mia no man’s land restò come era: pensavo sempre a Ejnar, pensavo al passato lontano e a quello assai prossimo, a Emma, a Stoccolma, al mio futuro, che senza Ejnar mi sembrava impossibile, e con lui irrealizzabile” (p. 60)

“Voglio dirvi ancora una cosa: se permettiamo a qualcuno di organizzare la nostra no man’s land, alla fine , secondo logica, arriveranno a rinchiuderti in un lussuosa camera di un lussuoso albergo, e bruceranno i tuoi libri, e allontanerano da te quelli che ami. Basta cedere un volta -e non ci saranno limiti, e tutto ti verrà tolto: dov’è il confine, Ejnar? Dove saranno allora mistero e libertà? Le due guardie (…) l’inquirente e il giudice -tutti si installeranno sul tuo pezzetto di terra” (p.77)

Sono piccoli stralci, da cui è possibile  scorgere e godere una scrittura intimista e poetica dal grande fascino stilistico e narrativo. La Berberova cattura per il garbo e la delicatezza con cui si muove nella sfera dei sentimenti, sullo sfondo di un’Europa (Parigi prima, Stoccolma dopo) dilaniata e lacerata dall’accadere di una tragedia collettiva: la seconda guerra mondiale (tutto scandito dall’incertezza del presente e del futuro).

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Contro il fanatismo di Amos Oz

•Aprile 26, 2009 • 2 Commenti

Ciò di cui abbiamo bisogno è un doloroso compromesso (Amos OZ)

Ho ritrovato un gran sostegno al mio pensiero in questo libro. Molto di ciò che insegno ai miei studenti. AMOS OZ è un ebreo israeliano che nel raccontare le radici e le ragioni drammatiche del conflitto arabo-israeliano (con le sue possibili soluzioni), parla di valori etici, principi di vita,  poesia e letteratura. Niente buoni e niente cattivi. Il Medio Oriente non è il Far West del piccolo schermo. Il medio oriente è lo spazio reale e conclamato della tragedia antica, il luogo del contrasto tra un diritto e l’altro (quello  legittimo della patria per ebrei israeliani, arabi palestinesi, profughi).
Ecco allora che questo libro diventa un libro contro il fanatismo e il fondamentalismo, un libro sul difficile  compromesso* (tra due popoli storicamente “stradicati”), un compromesso -sostiene l’autore-  che farà dannatamente male, brucerà da morire, ma sarà giusto… per una pace necessaria contro la “cultura della morte”.

* Non nel mio vocabolario.  Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromessi non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno detrminazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivedico un biciolo d competenza, in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che qundo dico compromesso non intendo capitolazone, non intendo porgere l’altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro,  più o meno a metà strada. (p. 26)
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli 2004

Maria Pina Ciancio

TEATRO/ Antigone di Massimo Sannelli

•Marzo 10, 2009 • 3 Commenti

ANTIGONE di Massimo Sannelli
regia e interpretazione : Esnedy Milán Herrera
coreografia : Ulises Mora
video : Luca Manes
dir. della fotografia : Bruno Fundarò
Teatro Manhattan, Via del Boschetto 58 (Roma, Rione Monti)

13 marzo 2009, ore 21
14 marzo 2009, ore 21
15 marzo 2009, ore 18

info e prenotazioni : 331 3271160

il manifesto può essere scaricato dalla homepage del sito http://www.massimosannelli.splinder.com/

*

La figlia non usata
resta viva tra i morti,
col corpo che conosce
solo il coltello d’oro
dello sguardo alla nuca.
I morti non proteggono
chi non ha una difesa
e vive ancora.

Sola,
sono la vostra erba
vile e ancora un’allodola,
una colomba acerba
e un niente, l’immatura,
la troppo o troppo poco
vergine, che non muore
come suo pad re, cieca:
e voi – che cosa fate?

Antigone parla di sé. Condannata a scomparire in una grotta, rimarrà vergine, non sposa, non madre, non uccisa ma non viva, colpevole di aver agito secondo la giustizia divina e secondo il cuore.
Questa Antigone è molte cose nello stesso tempo: un simbolo della giustizia naturale, che soffre a contatto con la giustizia ufficiale; un personaggio che rivendica i propri valori, e soprattutto una donna, che deve capire – e che non può capire – lo Stato che condanna la pietà. Il re Creonte la offende dicendo: «Non sono donna di nessuna donna». Per pa ura di sembrare una donna, l’uomo – non solo questo re – punisce la donna: e questo è il dramma nel dramma – allora e oggi. Il culmine è l’accusa finale di Antigone a tutti gli uomini, compreso il pubblico: io sono sola, devo scomparire, «e voi – che cosa fate?».

Esnedy Milán Herrera
È nata a Las Tunas (Cuba) e vive a Roma. La sua formazione teatrale si è svolta a Cuba e in Italia, sotto la guida di Coco Leonardi e di Elisabeth Kam. Si è diplomata presso l’International Acting School di Roma. Ha recitato in testi classici e contemporanei (tra gli altri: Marco Antonio, da William Shakespeare, Mirra, di Vittorio Alfieri, La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca, Cecilia Valdés di Cirilo Villaverde, Santa Giovanna dei Macelli di Bertolt Brecht, Naufragio di Francesco Randazzo), a Cuba e a Roma. Ha scritto e diretto Le due amiche orfane (Teatro Rialto Santambrogio, Roma), interpretato da Caterina Gramaglia e Véronique Vergari. Ha diretto e interpretato Liturgia di Alejo Carpentier (Iila, Roma) e interpretato la poesia di Marina Cvetaeva (Teatro Sala Uno, Roma). Ha recitato nei film Il lato sinistro del cuore (regia di Giuseppe Cimino e Alessandro Chetri) e Quello che c’è sotto il fiume (regia di Massimo Bettini). Nel 2009 cura la regia del progetto Tre donne (tre monologhi di Massimo Sannelli: Antigone, seguita da Saffo e Cassandra). Ha pubblicato il libro di racconti Colmena (Altromondo, 2009). Recita nella fiction di Rai Uno Butta la luna 2, nel ruolo di Amina.

LIBRI/ La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano

•Febbraio 15, 2009 • 11 Commenti

“… erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero” (Paolo Giordano)

Di sicuro non leggerei alcuni libri, se non ci fossero cari amici a farmene dono. La solitudine dei numeri primi l’ho letto nel periodo natalizio in un tempo abbastanza rapido, considerto che le mie letture si compiono esclusivamente di notte, tra curiosità e bisogno di avere sempre una storia tra le mani.
Questo di Paolo Giordano è un libro che si muove su una partitura ad incastro, tra storie che nascono, crescono e si sviluppano parallele.  Si ha, però, quasi la sensazione che i   protagonisti agiscano all’inteno di una struttura prestabilità,  talmente rigorosa e perfetta  da ingabbiarli, rendendoli vittime di se stessi e del proprio destino “solitario”.
Ecco, ho trovato molto bello questo passaggio sulla metafora  dei “numeri primi” (cap. 21, p. 129)

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti tra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari, per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in un collana. Altre volte, invee, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non  fossero capaci.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numer primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè tra di loro c’è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se hai la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silnzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in alti due gemlli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finchè non li scopre…”

Paolo Giordano, La solitudne dei numeri primi, Mondadori 2008 (p. 312)

LIBRI/ Pensieri di Pascal

•Gennaio 24, 2009 • 9 Commenti

Questi sono i sentimenti che nascerebbero in un cuore pieno di equilibrio e di giustizia (B. Pascal)

Da una rilettura di questi giorni, un brano illuminante e significativo di Pascal sull’amor proprio:

La natura dell’amor proprio e dell’io umano consiste nell’amare solo sé e nel considerare solo sé. Ma cosa potrà fare? Non saprebbe impedire che l’oggetto che ama sia pieno di difetti e di miseria; vuole essere grande e si vede piccolo; vuole essere felice e si vede miserabile; vuole essere perfetto e si vede pieno d’imperfezioni; vuole essere l’oggetto dell’amore e della stima degli uomini e vede che i suoi difetti gli procurano solo la loro avversione e il loro disprezzo. La confusione in cui si trova produce in lui la più ingiusta e la più criminale passione che sia possibile immaginare; perché concepisce un odio mortale contro questa verità che lo ammonisce e lo convince dei suoi difetti. Desidererebbe annientarla ma, non potendo distruggerla in se stessa, per quanto gli è possibile, la distrugge nella propria conoscenza e in quella degli altri; ciò vuol dire che mette ogni cura nel nascondere i propri difetti agli altri e a se stesso, e che non sopporta che glieli si facciano vedere né che li si veda.
E’ indubbiamente un male essere pieni di difetti; ma il male maggiore è esserne pieni e non volerlo rionoscere; poichè vi si aggiunge anche il male di un’illusione voontaria. Non vogliamo che gli altri ci ingannino; non troviamo giusto che gli altri vogliano essere stimati più di quel che meritano; dunque non è neppure giusto ingannarli e volere che ci stimino di più di quel che  meritiamo.
Così, quando essi scoprono in noi imperfezioni e vizi che effettivamente abbiamo, è chiaro che non ci fanno alcun torto, perchè non ne sono essi la causa, anzi ci fanno un bene perchè ci aiutano a liberarci da un male, che è l’ignoranza di queste imperfezioni.  Non dobbiamo adontarci che ci conoscano e ci disprezzino; perchè è giusto che ci conoscano per quel che siamo e ci disprezzino se siamo disprezzabili.
Questi sono i setimenti che nascerebbero in un cuore pieno di equità e di gustizia. Che cosa dunque dobbiamo dire del nostro cuore, vedendovi una dispsizione del tutto contraria? Non è forse che  odiamo la verità  e o coloro che ce la dicono, e preferiamo che si ingannino a nostro vantaggio, e vogliamo essere stimati diversi da quello che siamo in realtà? [...]

da  pensiero n. 100 (L’amor proprio)

TEATRO/ Il “Prometeo” di Massimo Sannelli

•Gennaio 13, 2009 • 3 Commenti

P R O M E T E O  scritto e interpretato da Massimo Sannelli
Teatro Manhattan di Roma
Via del Boschetto, 58 (rione Monti)

venerdì 16 gennaio 2009, ore 21
sabato 17 gennaio 2009, ore 21
domenica 18 gennaio 2009, ore 18

Ufficio stampa del Teatro Manhattan : 331 3271160

Ingresso : dieci euro

Lo spettacolo è patrocinato dallo CSAO (Centro Studi Archivio d’Occidente, Lavis, Trento)

*

Questo nuovo Prometeo, in metrica tradizionale, si basa sulla tragedia di Eschilo, ma accentua la debolezza di chi è isolato. In pratica, qui parla la figura precristiana degli ultimi Cahiers di Simone Weil. Oggi le donne del Coro, Efesto, Ermes non ci sono più: quindi esistono come ombre – incoraggianti o brutali – del solo Prometeo. In questo caso, il «monologo» tiene fede alla natura del suo nome: parla uno, parla soltanto, e parla da solo. Parla nell’ossessione del soffrire «per mano degli dèi»: «anche se sono un dio». Dunque non tutti gli dèi sono uguali, e non tutti gli dèi sono giusti, di fronte a chi ha «dato tutto». Prometeo ricorda l’umanità, come se fosse anche un uomo, orgoglioso e autodistruttivo. Nessuno può dire se questo Prometeo sia un malato, un uomo, un dio vero. Avvicinandosi a lla fine, il monologo si sfalda, nei suoni e nella sintassi, come se il Silenzio fosse un altro personaggio.

dico che è troppo facile
amare da lontano.
io li amavo. li amavo
tutti da vicino. e tu? anche tu
mi ami? e dici sàlvati.
per mia volontà libera io mi sono
esposto a questa fine. per mia colpa.
per la mia volontà e la mia colpa,
è vero. io non credevo mai che questa
ora venisse. perché? non sapevo?
allontanavo sempre questo tempo.

molti uomini nuovi
nascono; ed altri dopo. e questo è bene.

*

Massimo Sannelli è nato nel 1973. Vive e lavora a Genova. La sua attività (poesia, prosa, critica, teatro, traduzione, filologia) è elencata nel sito www.massimosannelli.splinder.com. La sua opera poetica degli anni 1993-2006 è raccolta nel libro L’aria (Puntoacapo editrice, febbraio 2009), in una nuova forma, completamente riscritta. Questo libro apre un progetto di ricostruzione totale del lavoro, compreso quello critico. Il saggio su Pier Paolo Pasolini (Philologia Pauli, Fara, 2006) e la prosa De amore (nell’antologia Lo spirito della poesia, Fara, 2008 ) sono il punto di svolta, nella vita e della scrittura: l’abbandono di ogni posizione incorporea. Come attore, è il protagonista del nuovo film di Pietro Marcello, I giorni del ritorno (in uscita nel 2009). Ha scritto il monologo Antigone, interpretato da Esnedy Milán Herrera. L’anno 2009 segna anche il ritorno libero al lavoro filologico (studi ed edizioni: Alano, Pietro Abelardo, Cecco d’Ascoli latino, Dante). Prometeo sarà pubblicato, in versione bilingue italiana-inglese, nella rivista «Le acque di Hermes», diretta da M. Maggiari, nell’estate 2009.

LIBRI/ Il passato è una terra straniera di Gianrico Carofiglio

•Dicembre 27, 2008 • 6 Commenti

Ognuno dà la caccia ai sui fantasmi come può, penso. Qualcuno ci riesce meglio degli altri (Carofiglio)

Riuscitissimo e accattivante il titolo di questo libro Il passato è una terra straniera, romanzo di Gianrico Carofiglio del 2004, ritornato nelle librerie contemporaneamente all’uscita di una riduzione cinematografica per la regia di Daniele Vicari.
Una storia bene fatta, che funziona. Coinvolgente e che si lascia leggere. Che accompagna insomma. Un romanzo noir, psicologico e di formazione, ambientato in una Puglia noturna e metropolitana, tra giocatori di poker, bari, spacciatori, micro-criminalità,   dove si incrociano e si compiono i destini -torbidi e misteriosi- di Giorgio e Francesco, i due giovani protagonisti del romanzo poco più che ventenni. Un viaggio pericoloso e inquitante, nell’oscurità della coscienza e dei sentimenti.

Di seguito trascrivo un  brano  (da pag. 209-210)  in cui si racconta la fragile e tormentata psicologia di Giorgio, il protagonista  “redento” del romanzo.

Notte. Poltrona. Caldo. Ricordi confusi nella nebbia penetrante e sorda dell’emicania.
Nauralmente aveva deciso suo padre, il genarale. Giorgio sarebbe diventato un ufficiale dei carabinieri. Come suo padre, appunto, e come suo nonno. L’argomento non era mai stato oggetto di discussione.
Era passato attraverso gli anni del collegio militare e poi dall’accademia, come nuotando sott’acqua. Tratteneneva il fiato e gli esseri che gli giravano attorno erano muti ed estranei. Come pesci in un acquario.
Non aveva avuto nessun problema ada adattars alla disciplina. Bastava estraniarsi, non esserci stando lì. Una strategia che aveva imparato molto bene fin da bambino.
L’ultimo anno della scuola ufficiali aveva conosciuto una ragazza. Era uscito con lei per qualche settimana e poi basta. In seguito Giorgio avrebbe avuto difficoltà a ricordare la sua faccia, la sua voce, persino il nome.
Dopo ce n’erano state altre.
Uno psicanalista verebbe detto che il giovane Giorgio aveva gravi problemi a etrare i rapporto con le figure fmminili. Problemi di iadeguatezza, ferite narcisistiche dl’infanzia, trumi remoti e profondi.
Un complesso di edipo non riolto.
Il suicidio di tua madre, quando non hai ancor nove anni, basta a apiegare un Edipo non risolto? E c’entra, il sicidio di tua madre quando non hai ancor nove anni, con quel bisogno disperato e doloroso di cose che non sai nemmeno nominare, perchè ti fanno paura almeno quanto le desideri?
Paura e desiderio insieme sono pericolosi.
Giorgio lo intuiva confusamente. Nelle notti insonni, sotto i colpi spietati delle emicranie. Nelle pause di quel’aetesia dell’anima che aveva dovuto imparare troppo presto. Per sopravvivre al silenzio.
Paura e desiderio e silenzio insieme sono pericolosi.
Ci si può perdere.
Ci si può diventare pazzi.

©Maria Pina Ciancio

SEGNALINK/ Quaderno di poesia on-line

•Novembre 28, 2008 • 4 Commenti

Carissimi amici, vi comunico che per via di problemi tecnici avuti con blogstop, ho spostato il mio blog personale sulla piattaforma wordpress. 

Il quaderno di poesia on-line, che raccoglie appunti e note a margine sulla mia attività di scrittura, è consultabile da qualche giorno  QUI.

Un caro saluto a tutti. Mapi

LIBRI/ Pensieri di Giacomo Leopardi

•Ottobre 18, 2008 • 2 Commenti

Perchè tutto ciò che talvolta ci ostiniamo a valer capire o semplicemnete dire, è stato già “magnificamente” detto. (MPC)

Pensiero I

Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui sotto, perché, oltre che la natura mia era troppo rimota da esse, e che l’animo tende sempre a giudicare gli altri da se medesimo, la mia inclinazione non è stata mai d’odiare gli uomini, ma di amarli. In ultimo l’esperienza quasi violentemente me le ha persuase: e sono certo che quei lettori che si troveranno aver praticato cogli uomini molto e in diversi modi, confesseranno che quello ch’io sono per dire è vero tutti gli altri lo terranno per esagerato, finché l’esperienza, se mai avranno occasione di veramente fare esperienza della società umana, non lo ponga loro dinanzi agli occhi.

Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna, se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché sieno persone animose, e capaci di vendicarsi, perché ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura. Io ho veduto più volte uomini paurosissimi, trovandosi fra un birbante più pauroso di loro, e una persona da bene piena di coraggio, abbracciare per paura le parti del birbante: anzi questa cosa accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni simili: perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le cose ignoto fanno più paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle vendette del generosi, dalle quali la stessa viltà e la paura ti salvano; ma nessuna paura e nessuna viltà è bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete, dalle insidie, né dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili. Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio è temuto pochissimo; anche perché, essendo scompagnato da ogni impostura, è privo di quell’apparato che rende le cose spaventevoli; e spesso non gli e creduto; e i birbanti sono temuti anche come coraggiosi perché, per virtù d’impostura, molte volte sono tenuti tali.

Rari sono i birbanti poveri: perché, lasciando tutto l’altro, se un uomo da bene cade in povertà, nessuno lo soccorre, e molti se ne rallegrano, ma se un ribaldo diventa povero, tutta la città si solleva per aiutarlo. La ragione si può intendere di leggeri: ed è che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di chi ci è compagno e consorte, perché pare che sieno altrettante minacce a noi stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perché il trascurarle pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell’occasione, il simile sia fatto a noi. Ora i birbanti, che al mondo sono i più di numero, e i più copiosi di facoltà, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non cogniti a se di veduta, per compagni e consorti loro, e nei bisogni si sentono tenuti a soccorrerli per quella specie di lega, come ho detto, che v’è tra essi. Ai quali anche pare uno scandalo che un uomo conosciuto per birbante sia veduto nella miseria, perché questa dal mondo, che sempre in parole è onoratore della virtù, facilmente in casi tali è chiamata gastigo, cosa che ritorna in obbrobrio, e che può ritornare in danno, di tutti loro. Però in tor via questo scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna, non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile

All’opposto i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalità, sono tenuti dalla medesima quasi creature d’altra specie, e conseguentemente non solo non avuti per consorti né per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto più o meno gravemente, quanto la bassezza d’animo e la malvagità del tempo e del popolo nei quali si abbattono a vivere, sono più o meno insigni; perché come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza è anche contrarietà, con ogni sforzo sia cercato distruggere o discacciare. Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi.

Giacomo Leopardi (1798-1837)
Pensieri postumi, 1845 (raccolti e pubblicati dall’amico Antonio Ranieri)