POESIA/ Se questo è un uomo di Primo Levi

•gennaio 27, 2010 • 2 commenti

Il dovere di ricordare…

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo è un uomo – lettura di Dino Becagli)

LIBRI/ Lo staniero di Albert Camus

•gennaio 23, 2010 • 1 commento

Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via – Camus

Pochi giorni dopo mi ha scritto. Ed è a partire da quel momento che sono cominciate le cose di cui mi è mai piaciuto parlare. Del resto non bisogna esagerare nulla, e per me è stato più facile che per altri. Al principio della mia detenzione, comunque, la cosa più dura è stata che avevo dei pensieri di uomo libero. per esempio mi veniva la voglia di essere su una spiaggia e scendere verso il mare. Quando pensavo al rumore delle prime onde sotto la pianta dei piedi, al mio corpo che entrava nell’acqua e al sollievo che ne provavo, di colpo sentivo quanto erano stretti i muri della mia prigione. In seguito non ebbi più pensieri di prigioniero. Aspettavo la passeggiata quotidiana che favevo nel cortile della prigiorne, o la visita dell’avvocato. Mi arrangiavo bene col tempo che mi restava. Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d’albero morto, senz’altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato. Avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi come, lì, attendevo le strane cravatte dell’avvocato e come, in un altro mondo, aspettavo pazientemente il sabato per avere il corpo di Maria. In realtà, a pensarci bene, non ero dentro un albero morto. C’erano persone più infelici di me. Del resto era un’idea della mamma, e lei lo ripeteva sempre, che si finisce per abituarsi a tutto. (p.95)

(Albert Camus, Lo straniero, Tascabili Bompiani, 2008)

POESIA/ Le onde di Boris Pasternak

•gennaio 16, 2010 • 2 commenti

Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti / tali tratti di naturalezza /che non si può, dopo averli conosciuti, /non finire con una mutezza completa (Pasternak)

Tu mi stai accanto, lontananza del socialismo.

Dici d’esser vicina? Frammezzo alle angustie,
in nome della vita, in cui ci siamo legati,
trasportaci, ma solo tu.

Tu mandi fumo tra una nebbia di teorie,
terra fuori di ciarle e di calunnie,
come una porta sul mondo e una porta sul mare,
e una porta sulla Georgia da Mleti.

Tu sei il paese ove le donne di Putivl’
non piangono prima del tempo come i cuculi,
e con tutta la verità io le rendo felici,
e ad essa non occorre distoglierne lo sguardo.

Dove respirano l’una accanto all’altra,
e i ganci della passione non scricchiano
e non danno un residuo di frazioni
per sventura delle madri e dei bambini.

Dove io non ricevo alcun resto
in vita spicciola dall’esistenza,
ma segno solo ciò che spendo
e spendo tutto quello che conosco.

Dove la voce, mandata a rincorrere
una novità indistruttibile,
con l’esultanza del mio bambino
mi fa eco dall’avvenire.

Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto
nei presagi e nella realtà,
e coloro di cui non sono degno,
e ciò per cui fra di essi ho un nome.

Tu sei ancora qui, e mi hanno detto
ove sei adesso e ove sarai alle cinque.
Io ti potrei trovare nel Kursaal,
piuttosto che ciarlare invano.

Tu ascolteresti ritornando giovane,
grande, libera, audace,
dell’uomo giunto al limite
da una formica che è cresciuta troppo.

Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti
tali tratti di naturalezza
che non si può, dopo averli conosciuti,
non finire con una mutezza completa.

Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi
e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno,
non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia,
in un’incredibile semplicità.

Ma noi non saremo risparmiati,
se non sapremo tenerla segreta.
Più d’ogni cosa è necessaria agli uomini,
ma essi intendono meglio tutto ciò che è complesso…

( B. Pasternak, Le onde, 1931 – lettura di Carmelo Bene)

LIBRI/ Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura) di Erri De Luca

•gennaio 13, 2010 • 2 commenti

Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo

Più che consigli, mi piacerebbe chiamarli riflessioni sulla scrittura:

“Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sé ai calzolai perché provino a calzarle. Non si spedisce al pasticciere un dolce fatto in casa perché lo assaggi. Diventare scrittori, darselo per compito, definitivo o provvisorio, non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore. Quello è vicolo cieco non smistamento.”
[...]
“Non avere capomastri. Puoi ammirare un’altra scrittura, a me è successo con l’argentino Jorge Luis Borges che ha fatto schizzare scintille di senso dall’attrito di un nome con un aggettivo. Ma poi devi scrollartelo di dosso per proseguire a scrivere. Se leggi un libro, fallo da lettore, non da collega dell’autore. Altrimenti può succederti quello che riferisce Robert Walser dopo la sua lettura di Charles Dickens: la disperazione di mettersi a scrivere dopo di lui. Si dispera perché ha letto Dickens da scrittore, sapendo di non poter mai scrivere quelle pagine come ha fatto lui. Ma è logico, Dickens sta nel campo della sua storia in cui eccelle e se ci entri devi essere in visita, da lettore e non da chi si compara all’autore”.
[...]
” Uno scrittore deve piantare almeno un albero. Uno scrittore costa legno, polpa da cui produrre carta. Ogni storia pubblicata ha la prefazione scritta da una motosega. Le pagine sono state foglie. [...] Uno scrittore deve rimborsare il mondo con degli alberi. Ho la comodità di abitare in campagna, ho piantato tutti gli alberi del mio terreno. Crrescono e allargano in terra la copertura dei rami. Ho procurato ombra. Questo potrò rispondere di me, questo alla fine dei conti è il miglior fatturato del mio tempo. Ho procurato ombra.”
[...]
“Questa lettera non indica una direzione e non fornisce equipaggiamento. E’ un tentativo di scoraggiamento a darsi alla scrittura. Potrà essere scarica micidiale per l’incerto o cartucce a salve per l’ostinato. E se scoraggia solamente un poco, mi scuso di non poter distogliere di più.”

Erri De Luca – Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura) – Ed. Dante & Descartes – Napoli 2009

LIBRI/ I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

•gennaio 6, 2010 • 4 commenti

L’inconsolabile Orfeo di Pavese

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più. (Parlano Orfeo e Bacca).

Orfeo: E’ andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto.

Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

Orfeo: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.

Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.

Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…

Bacca: Sei disceso a cercarci.

Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

Bacca: Anche tu li invocavi.

Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E’ necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?

Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

Orfeo: Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

Bacca: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?

Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

Bacca: Purché prima le donne di Tracia…

Orfeo: Di’.

Bacca: Purché non sbranino il dio.

(da Dialoghi con Leucò, ventisei brevissimi racconti strutturati in forma dialogica, scritti da Cesare Pavese dal dicembre del 1945 al 1947 -anno della pubblicazione).

LIBRI/ Il segreto delle rose canine – Nell’intrigante storia delle baronesse di Carini di Milly Bracciante

•dicembre 27, 2009 • 6 commenti

Esistono in natura dei luoghi dove si attivano forze misteriose che li riempiono di magici poteri (M. Bracciante)

Ricordo ancora l’emozione mozzafiato che mi colse, allorché negli anni ’70,  poco più che adolescente, vidi per la prima volta lo sceneggiato televisivo in quattro puntate L’amaro caso della Baronessa di Carini diretto da Daniele D’Anza, la stessa emozione provata quando Milly Bracciate qualche settimana fa, mi fece dono del suo ultimo romanzo “Il segreto delle rose canine” (Ed. Prova d’Autore, 2009), sottotitolalo Nell’intrigante storia delle baronesse di Carini. Una libretto dal risvolto misterioso e accattivante con richiami storici e venature di giallo, tutto ambientato nelle terre siciliane di Carini (ad ovest di Palermo) che furono di proprietà del  potente barone La Grua.

Il segreto delle rose canine indaga sui funesti fatti di sangue (conosciuti e non) avvenuti nel castello baronale siciliano nel corso del 1500. Consta di 115 pagine ed ha molti pregi, qui vorrei sottolinearne almeno tre:

a) l’onestà intellettuale che si fonda sulla passione, l’immediatezza del narrato e la meticolosa lucidità dell’esposizione;

b) la ricca e approfondita rappresentazione del territorio siciliano e dell’identità popolare, che non ha nulla di folcloristico o di studiato a tavolino, ma è frutto di una consapevole adesione ai valori delle tradizioni e delle radici;

c) il riconoscimento condiviso dei valori umani, degli affetti e della memoria.

Accanto ai fatti leggendari e storici di Carini, la vicenda attuale di una donna comune (la protagonista) alla ricerca di sè, del proprio passato, che casualmente si imbatte in un’altra verità misteriosa e nascosta, lontana nel tempo e dai risvolti tutti coniugati al femminile (non una vittima, non un fatto di sangue si consumò a Carini, bensì tre, per salvare l’onore dei baroni). Il casuale ritrovamento di un’antica pistola del ‘500 (su cui si riconosce il disegno di una piuma svolazzante) e di una grossa chiave arrugginita muovono l’intreccio, abilmente annodato tra storia, credenze, fantasie popolari e immaginazione. Passato e presente che si confondono e si cedono il posto talvolta.

Infine, nella riappropriazione dei luoghi che le erano stati sottratti dagli uomini e dal destino, nel ritrovamento di sé (e della propria verità interiore), nel disvelamento del mistero -occultato per secoli- e che macchiò di sangue il Castello di Carini, si può leggere  la denuncia e il riscatto femminile dal pregiudizio e da una mentalità  ancora oggi, talvolta, maschile e maschilista fonte di  soprusi, errori ed ingiustizie.

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Una scrittura femminile azzurro pallido di Franz Werfel

•novembre 29, 2009 • 4 commenti

Esistono tra gli esseri umani rapporti di forza che nè i modi, nè la cultura, nè l’educazione, nè altri beni voluttuari analoghi a questi possono sovvertire (Welfel)

Una lettera vergata da una “scrittura femminile azzurro pallido” fa riaffiorare la storia di un amore cancellato, simile a una tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare, nella memoria di un brillante funzionario viennese dal «cuore guasto», “tanto più si concentrava per  evocare in sè quella immagine che così stranamente era andata perduta, tanto più irrimediabilmente si faceva il vuoto che, quasi a volerlo deridere,  lei aveva lasciato dentro di lui”.
In questo romanzo breve, del popolare scrittore boemo Franz Werfel, che apparve a Buenos Aires nel 1941, Leonida, il protagonista è un uomo sui cinquant’anni, sposato, capodivisore del Ministero, ambiguo e dalla psicologia tormentata e inquieta; su esso l’autore proietta tratti e tracce dichiaratamente autobiografici.
Sullo sfondo del libro rivivono le atmosfere austriache del 1936, l’arrendevolezza dei ministri convinti a torto di poter frenare con l’antisemitismo la pressione inarrestabile di Hitler (che Werfel non esitò a definire un “satanico anticristo”).

Trascrivo un passo del romanzo, che a ottant’anni di distanza presenta ancora tratti di un’attualità sconcertante:

«Come tutti gli  altri funzionari dello Stato di grado elevato, il capodivisione non teneva i signori ministri in particolare considerazione. Questi ultimi  cambiavano di continuo, infatti, in base ai gioghi di forza politici, mentre lui no, lui e i suoi colleghi restavano al loro posto. I ministri, portati alle stelle dai partiti per poi essere spazzati via da quegli stessi partiti, somigliavano pelopiù a poveri naufraghi aggrappati disperatamente a zattere di potere. Non avevano nè la giusta visione per comprendere i labirintici iter del lavoro ministeriale, nè la giusta sensibilità per le sacre regole della burocrazia fine a se stessa. Nella stragrande maggioranza dei casi, erano uomini rozzi e mediocri che non sapevano far altro che forzare  la loro voce sguaiata  per parlare in riunioni di piazza o bussare  con fastidiosa insistenza alle parte di servizio degli uffici ministeriali per raccomandare  i loro compagni di partito e le loro famiglie. Leonida e quelli come lui avevano invece imparato l’arte del governo, nè più nè meno come i musicisisti imparano il contrappunto esercitandosi per anni con scrupolo indefesso. Poessedevano una squisita e raffinata  sensibilità alle mille sfumature dell’organizzazione e della decisione. I ministri non erano altro (ai loro occhi) che fantocci politici, anche se, obbedendo allo stile dell’epoca, assumevano un atteggiamento quanto mai dittatoriale. Loro, comunque, i capodivisione intendo, proiettavano la loro ombra di stabilità su questi tiranni. Quale che fosse la risciacquatura politica degli uffici che dirigevano, non veniva mai meno la sicura  efficacia del loro comando. Di loro c’era bisogno, questo era il fatto (…)
(Essi) Disperazzavano le esibizioni, i giornali, la pubblicità personale dei politici, da essi ritenuti eroi di una sola stagione» (p.60-61)
Franz Welfer, Una scrittura azzurro pallido, Adelphi 1991

Maria Pina Ciancio

POESIA/ Cara Federica di Alda Merini

•novembre 4, 2009 • Lascia un commento

I poeti non sono seminati da alcuno / li porta il vento della primavera. Merini

Cara Federica dirò come soffro
perche ci e dato tanto soffrire,
perche vediamo tagliare dalla terra
le nostre spighe migliori
anche io ero una spiga che cresceva nei campi,
credi Federica
i poeti non sono seminati da alcuno
li porta il vento della primavera.
Oggi per la mia donna e un giorno di liberta
ma per noi prigionieri dellarte
e un altro giorno di prigionia.
Non sono felice della mia morte
carissima Federica
eppure me ne dovro andare
dopo aver perso la fede

Alda Merini

LIBRI/ Antologia personale di Nina Berberova

•ottobre 22, 2009 • Lascia un commento

In noi la memoria è più salda della coscienza (Nina Berberova)

E’ conosciuta maggiormente come narratrice Nina Berberova, ma ha scritto poesie per tutta la vita, senza mai pubblicarle, salvo rare eccezioni in riviste degli emigre russi in Francia (tra le due guerre) e negli stati Uniti degli anni ‘50. E’ una delle più importanti scrittrici della dispora russa. Amò Tjutcev, Baudelaire, Ibsen e in modo particolare Anna Achmatova e Aleksander Blok. Emigrò dalla Russia nel 1922 insieme al marito Chodasevic e visse  svolgendo il lavoro di traduttrice e insegnante prima a Berlino, poi a Parigi e negli Stati Uniti. Fu testimone eccezionale -lucida e fedele- della letteratura dell’emigrazione e dell’esilio e nelle sue poesie, scritte sempre in lingua russa, mescolò slanci metafisici a frammenti di quotidianità, privi  di intonazione egiaca o nostalgica “E son qui tra gli altri/ non sono in esilio, sono in missione”.  Sprezzante di ogni sentimentalismo, quando quattro anni prima della morte, nel settembre del 1989,  ritornò in visita a Leningrado, non volle rivedere i luoghi della giovinezza…

Ottave (I)

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.

Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.

E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.

E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

(Nina Bervberova, 1927)

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Il dolore di Marguerite Duras

•settembre 22, 2009 • Lascia un commento

Qui la speranza vive intera, il dolore è radicato nella speranza. A volte mi stupisco di non morire  (Marguerite Duras)

Ho sempre creduto che la testimonianza di Levi sulla guerra e i campi di concentramento fosse ineguagliabile, per importanza, significato e sentimento. Eppure, dopo la lettura de “Il dolore” di Marguerite Duras, mi sento di collocare anche questo scritto, senza far torto a nessuno (Levi compreso), alla grande letteratura  di impegno umano e civile del dopoguerra.  Si tratta di un racconto che fa parte di una trilogia intitolata “Il dolore”. Una testimonianza intima, straziante e appassionata sulla tragedia dei deportati e dei campi di concentramento, in cui la voce della Duras si fa testimonianza indiretta (diversamente da Levi e tanti altri), della prigionia del marito deportato a Dachau per aver militato nella resistenza francese.

Sono pagine in cui la Duras racconta -come donna e moglie- di un dolore radicato tutto nella speranza dell’attesa “Lotto contro le immagini della fossa buia”; “I colpi alle tempie continuano. Questi colpi, bisogna che li fermi. E’ la sua morte dentro di me, batte contro le tempie. Impossibile che mi sbagli. Fermare i colpi alle tempie -fermare il cuore- quietarlo- non riuscirà a quiestarsi da solo, deve essere aiutato”. E all’attesa che svuota fino a non esistere più, fa seguito la tragedia del ritorno. Il ritorno di un uomo che non era più uomo, ma un essere ridotto a larva, “la forma” come ebbe a scrivere  ella stessa “così disseccato che  ci si chiedeva come la vita potesse circolarvi dentro” ; “lui è scomparso, al suo posto la fame”; “…non mi vedeva, mi aveva dimenticata”.

E infine, tra queste pagine piene di silenzi e di risonanze interiori, intrise di dolore e di autentico sentimento, l’accusa alla Germania, l’attacco ai governi di essere effimeri nella storia dei popoli, il disappunto a De Gaule per aver decretato il lutto nazionale per la morte di Roosevelt e niente lutto per i deportati morti “il lutto del popolo non si porta”.
Sono pagine di un diario (formato da due quaderni), che l’autrice ha definito tra le cose più importanti della sua vita.  “Come ho potuto scrivere questa cosa a cui ancora non so dare un nome?” e ancora  “Mi sono trovata davanti a un disordine formidabile del pensiero e del sentimento che non ho osato toccare, e davanti al quale mi vergogno della letteratura”.
Credo invece che questo racconto/testimonianza stia molto ben oltre la letteratura, in un terreno così elevato e ’sacrale’, da richiedere a chi legge una disposizione interiore di grande accoglimento e  umiltà, unica condizione -forse- per restituire significato e valore a quel sentimento  così devastante e tragico (privato e al tempo stesso colletivo) che affonda le  radici nel “disumano” della storia.

Maria Pina Ciancio