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ARTE/Giorgio De Chirico e la poesia

Giorgio de Chirico ( 1888-1978 )

Conosciuto come il maestro della Metafisica, De Chirico  fu anche poeta e dedicò diversi dipinti alla raffigurazione/interpretazione della “poesia”, nonchè ad alcuni amici poeti del tempo. La nostalgia del poeta
Due di essi risalgono al 1914, ma già precedentemente il pittore aveva affrontato questo aspetto tematico, che è abbastanza ricorrente e forte nella sua vasta e sfaccettata produzione artistica.
Nella figura accanto La Nostalgia del poeta, (La Nostalgie du poéte) particolare, 1914, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim N.Y.), l’opera è intrisa di magia, malinconia, e un forte senso di solitudine, che rimanda al proficuo rapporto di amicizia con Guillaume Apollinaire, a cui dedicò nello stesso anno l’opera La malinconia del poeta, Paris 1914 (Musée d’Art Moderne, Centre Pompidou).
Sul tema della malinconia, trascrivo alcuni versi composti da Giorgio De Chirico poeta: Continua a leggere ‘ARTE/Giorgio De Chirico e la poesia’

LIBRI/ Tre cavalli di Erri De Luca

In un giorno migrano le persone di un anno, niente più “tienimi” nè noccioli d’olive (Erri De Luca)

La vita di un uomo dura Tre Cavalli e il protagonista di questo romanzo ha appena superato anche il secondo, con i suoi innesti e le sue potature. Ha cinquant’anni, vive nel Sud dell’Italia, fa il giardiniere, parla con gli alberi, legge libri usati, si reca a bere di tanto in tanto un bicchiere di vino all’osteria. Una vita fatta di silenzi, pienezze e di ricordi “ricordo giorni e mosse che vanno come il tracciato di una creapa, puntano sul casaccio per inventare un modo di durare”. Poi un giorno arriva Laila. Trent’anni. E’ alta, ha mani capaci, zigomi alti, tempie dolci. Lui le racconta una storia. Ai giovani piacciono le storie. Le regala un vaso con la salvia. Gli ricapita amore, desiderio, attesa. Un altro segno dell’attesa. E contemporaneamente le chiacchierate con Salim. L’emigrato africano, che vive in una casa senza porte e senza finestre. Poi vengono pensieri e frasi da una lontananza, che non sa far niente per fermarle. I suoi trent’anni, l’Argentina, Dvora, la guerra clandestina. Il sangue e il tempo di  quando gli ammazzano la sposa. I giorni dopo Dvora sono giorni lenti, giorni senza attesa. Giorni tutti a Sud. Prima di fuggire da quella terra insanguinata, si porta dietro le sue scapette da ginnastica con i lacci ben legati, perchè le toglieva così Dvora, sempre allacciate. Leila è una piena di abbracci. Ride. I piedi si sfregano sotto il tavolo, si combinano sotto le lenzuola “e io so da capo che amo questa donna e che questo amore ha diritto di essere l’ultimo per me”. Ma niente è per sempre. La vita dà e toglie. Senza Laila la vita si indurisce nuovamente, per assorbire il colpo ed accettarlo. Passano giorni senza Laila. Non c’è via di fuga, non c’è altro Sud adesso.  Solo erba da falciare a mano, solo fiato dentro al petto, bosogno di salvarla/si “prima di lei io so il male di ammazzare e glielo posso risparmiare”. Sono bagnate di sangue le ultime pagine di questo romanzo. Un sangue che appartine e tante vite, a tante storie. Quella del protagonista, di Dvora, di Laila, di Salim. Tutto è circolare. Tutto si fa sintesi, nella metafora del distacco e della ”perdita”.
“Vedo la linea rossa del tramonto che separa giorno da notte, penso che il mondo è opera del re del verbo dividere e aspetto la linea che viene a staccarmi dai giorni”.
Mi fermo qui per non svelare il cuore “rosso” della storia. Il fascino, la tensione, il fiato che batte nella gola e sotto i nervi di queste ultime pagine del romanzo di Erri De Luca. Lo chiudo e lo riapro all’inizio. Le citazioni hanno sempre un senso, dopo aver letto.
Guai a quelli che non praticano la propria purezza con ferocia (Mario Trejo)
Erri De Luca, Tre cavalli, Feltrinelli 1999

[by Maria Pina Ciancio]

LIBRI/ Itaca per sempre di Luigi Malerba

Ho imparato finalmente che non bisogna mai mettere a confronto i sogni con la realta (dall’arrivo di Ulisse ad Itaca) L. Malerba

Una re-interpretazione dell’Odissea, una ri-scrittura del ritorno di Ulisse ad Itaca. Dopo James Joyce, ecco Luigi Malerba entrare nel poema omerico con una sensibilità e un’originalità che lascia senza fiato. Itaca Per sempre (1997) è un gioiello prezioso della nostra letteratura contemporanea, per l’opera di scavo psicologico e per aver ampliato e dilatato gli orizzonti conflittuali e interiori dei personaggi omerici.
Il libro inizia con l’arrivo di Ulisse sulla spiaggia di Itaca e si snoda poi in un racconto a due voci tra Ulisse e Penelope, protagonisti di un’inquietudine solamente accennata nel poema originale: la menzogna di Ulisse dopo vent’anni di fronte alla sposa e il riconoscimento taciuto con la gioia soffocata di Penelope di fronte al suo sposo.

Come posso gioire se il suo ritorno se Ulisse si ostina a mostrarmi solo le vesti di un vecchio mendicante e non posso né accarezzare la sua barba incolta e il suo volto bruciato dal sole e dalla salsedine, né tanto meno abbracciarlo come desidero? Può succedere che io mi svegli al mattino e mi venga da piangere perché il mondo mi sta crollando addosso e io soffoco sotto le macerie. Ma Ulisse perché non viene in mio aiuto? Perchè si nasconde alla sua sposa? (Penelope)

Sono arrivato con l’idea straziata di riconquistare Itaca e di controllare la fedeltà di Penelope e mi trovo sperduto e confuso proprio come il vagabondo che ho messo in scena e che non ha strumenti per capire. Devo convenire che è più facile prevedere le mosse di un nemico in guerra che i pensieri dell’ingenua Penelope. (Ulisse)

Per un momento avrei voluto cedere ai miei sentimenti e correre ad abbracciarlo e coprirlo di baci, ma ho saputo tenermi a freno perchè in ogni momento ormai è presente nella mia memoria l’affronto che ho subito. Ulisse merita una punizione dalla paziente, generosa e mite Penelope. Se in un giorno solo ha sconfitto tutti i miei pretendenti, molto più a lungo dovrà combattere per riconquistare Penelope offesa. (Penelope)

Sono piccoli monologhi, densi di pulsioni interiore e di narrazione, che si alternano e che tessono il dramma di un ritorno “atteso” e “non svelato”. Una storia d’amore fatta di interrogativi, tormenti, dubbi e gelosie, che accompagnano il lettore dentro la storia, fino alla strage dei Proci e alla vendetta finale di Penelope.
La novità sorprendente di questo romanzo è che per la prima volta, vengono sottolineate da un lato le astuzie amorose e l’orgoglio di Penelope, dall’altro le fragilità e le debolezze emotive del leggendario eroe acheo di tutti i tempi.
“E’ la prima volta che  mi sento sfuggire quella baldante sicurezza che distingue e sostiene anche il guerriero più ottuso” (Ulisse)
Da leggere.

[by Maria Pina Ciancio]

SEGNALINK/ LucaniArt Magazine

Forse qualcuno di voi è già capitato sul nuovo blog letterario dell’Associazione LucaniArt ONLUS. Io voglio segnalarvi il link qui http://lucaniart.wordpress.com/ invitandovi a fermarvi per una sosta, come si fa durante un viaggio, in questo spazio libero e non istituzionalizzato della letteratura e dell’arte in Basilicata. Quella fatta semplicemente di riflessioni, incontri, contaminazioni. Mapi

- visita anche il Concorso letterario “Luoghi e volti di Basilicata” 2008

LIBRI/ I fantasmi di pietra di Mauro Corona

Torneremo ad abitare ancora gli antichi luoghi silenti, tenderemo di nuovo l’orecchio per risentire i vecchi passi (Mauro Corona)

E’ un libro della memoria e dell’ascolto I fantasmi di Pietra (2006) di Mauro Corona. Della memoria orale e collettiva, a cui si intrecciano i racconti autobiografici dell’autore. Più che un romanzo, un libro di poesia, scandito in quattro partiture: primavera, estate, autunno, inverno. La poesia della terra e delle radici, quella di un paese deserto e silenzioso, abbandonato il 9 ottobre del 1963, quando il fianco del monte Toc precipitò nell’invaso del Vajont. 
E lungo le strade disabitate di Erto vecchia, Mauro Corona ri-di-segna queste pagine, ripercorrendo le quattro strade principali del paese, fermandosi sulla soglia di ogni uscio, tra i ruderi, le sterpaglie e le ortiche che fasciano le case,  per restituire voce alla storia e ai fantasmi addormentati tra quelle vecchie case: uomini, donne, bambini. Un omaggio e un atto d’amore alla sua terra e alla sua gente, che in quel disastro contò ben 1910 vittime.
La narrazione comincia d’inverno “Ogni volta che penso ad Erto, il mio vecchio paese, quello abbandonato dopo il Vajont, con le vetuste case una attaccata all’altra e le vie di acciottolato buio e strette, la memoria va verso l’inverno. Il primo ricordo è il tempo degli inverni…” prosegue poi per il resto delle stagioni e termina con il ritorno del grande freddo. Solo allora l’autore lascia Erto, addormantato sotto una coltre bianca di neve, per ritornare al paese nuovo, ricostruito in fretta dopo il disastro del Vajont.

“Abbandono quel regno di solitudine, prendo una scorciatoia e salgo al paese nuovo, quello di cemento, assurdo, senza senso nè poesia. Qui, anche la neve che cade comunica qualcosa di brutto, di poco poetico. Fiocchi tra il cemento, bianco nel grigio. Qualcosa di freddo e striste entra nelle ossa. Sogno di essere nella Erto vecchia, coi camini che fumano, e i bambini che giocano per le vie tirando  palle di neve. Tutto questo solo in sogno perchè io vivo in un paese non mio, un paese nuovo di zecca, tirato su in fretta e furia, senza alberi nè cespugli, solo cemento e tettoie fredde, inospitali come il letto di un ghiaccio”. ( p.278 )

Questo è un libro che l’autore stesso ha definito la Spoon River del suo paese. Un libro che racconta un pò la storia di tanti centri abbandonati come Erto. 
Ecco, la mia memoria corre a Craco Vecchia  in provincia di Matera, a 70/80 chilometri di strada da qui: a uno dei  tanti paesi fantasma d’Italia, un luogo del silenzio tra i calanchi lucani, interrotto oggi solo dal vento che soffia.

[by Maria Pina Ciancio]

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POESIA/ L’idea di “poetica” in Nicola Frangione

L’atteggiamento più prossimo alla poetica di un autore è il silenzio partecipato (Mapi)

Soffrivo sempre quando da studente mi chiedevano di tracciare i percorsi della poetica di un autore. Quelli ufficiali dei libri di testo. Quelli che non ammettevano esitazioni, o dubbi, o reinterpretazioni. Quelli che restituivano all’esaminatore l’autore/oggetto pre-confezionato tutto d’un pezzo, in una pellicola di domopak (fin qui è verista, da qui è romantico, etc, etc).  Ho sempre vissuto tutto questo come un gesto violento e indiscerto, irrispettoso e irriguardevole nei confronti dell’artista e dell’arte.
Queste brevi riflessioni scaturiscono dalla lettura di un libro che ho ricevuto ieri da un amico. Sulla quarta di copertina c’era questo illuminante scritto sulla “poetica”.  

La poetica nasce sempre di giorno in giorno
come causale drammatuirgia di autori senza pubblico

accompagnata discretamente nel palcoscenico interiore
come attraversata da semplici sensibilità

viaggia fantastica tracciando particolari
come esperienza sensoriale durante le soste

abita i luoghi vissuti dall’utopia in transito
come alimentazione di materiali ricchi nel senso

sospende formalizzando idee informali
come proporzione ideale tra passato e futuro

trasferisce evoluzioni esistenzali
per recepire e trasmette il silenzio

(Nicola Frangione, da Poetiche interdisciplinari 1972-2007)

[by Mapi]

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POESIA/ Il senso del “valore” per Erri De Luca

Sta con quelli che vivono il tempo di nascere. Va con quelli che durano un’ora (De Luca) 

Della silloge poetica Opera sull’acqua, ho sempre amato la modulazione etica di espansione e di spinta al largo, nel mare aperto dei versi. “Volti” e “Valore” sono i testi che ho riletto più volte, quelli che ho amato di più di questo suo primo libretto poetico, dedicato all’amico fraterno Izet Sarajlic. Quando qualche giorno fa Roberto mi ha fatto dono di questo video, ho avuto da subito  chiaro il desiderio di condividerlo con voi. E basta guardarlo per capirne il perchè. Con i miei auguri fraterni … Mapi Continua a leggere ‘POESIA/ Il senso del “valore” per Erri De Luca’

SEGNALINK/Via delle belle donne (rivista)

Quadrimestrale di Letteratura, Filosofia e Arte, Marzo 2008

Scrivo per segnalarvi una bella notiza. E’ uscito in questi giorni il numero “0″ della Rivista Telematica Via delle belle donne, nata dall’esperienza redazionale del blog letterario omonimo.

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La rivista è stata ideata e fondata da un gruppo di donne legate tra loro dalla passione per la scrittura e la poesia: Alessandr Pigliaru (Direttore Responsabile) Antonella Pizzo (Direttore Editoriale), Elisabetta Bucciarelli, Lucianna Argentino, Maria Pina Ciancio, Marina Raccanelli, Morena Fanti, Rita Bonomo, Sandra Palombo.

In questo primo numero, che rappresenta un pò un trampolino di lancio della rivista, ci si è soffermati sulle specificità della scrittura femminile: la sua identità, la valenza simbolica,  i caratteri e le dinamiche interiori del linguaggio, attraverso una serie di proposte che vanno dal  saggio breve alla recensione, dall’intervista all’autoriflessione e che troveranno ulteriore approfonfimento nelle rubriche dei numeri successivi.
Per noi, un viaggio di amore e conoscenza.

[by Mapi]

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LIBRI/ Una barca nel bosco di Paola Mastrocola

A tutti coloro che hanno amato le isole o che sono, essi stessi, un’isola (Paola Mastrocola)

Ci sono tante categorie di libri, quelli brutti, quelli belli, quelli così e così. Questo è un romanzo che vale la pena leggere, perchè Paola Mastrocola riesce a cogliere nel segno molti dei malesseri e delle inadeguatezze di questo nostro tempo.
Ha scelto il filone della scuola e del romanzo di formazione, la scrittrice torinese, la scuola raccontata non dalla parte dei docenti, alla Domenico Starnone, ma con gli occhi di un ragazzino tredicenne che emigra, per studiare, da una piccola isola del Sud a Torino. Dal mare alla città, dall’identità all’omologazione: una barca nel bosco.
La storia di un talento sprecato, incompreso e schiacciato dal sistema: scolastico, sociale, lavorativo. I sogni che pian piano lasciano il posto alla consapevolezza e all’accettazione.
Interessante anche il rapporto tra padre e figlio, la storia di una presenza/assenza che  percorre orizzontalmente tutto il romanzo e a cui Gaspare, alla fine, lascia come epigrafe queste ultime parole:

“Forse era meglio che facevo il pescatore come te. Non so se ne saresti stato felice, ma forse era proprio meglio. Tu volevi chissà cosa per me. E invece era giusto così, tutti i miei compagni hanno fatto il mestiere del padre. E giusto così (…). Ma tu non volevi che io facesi il pescatore. Certe volte da bambino mi hai nascosto le lenze. Mi dicevi: non le trovi perchè sei sbadato, ma io lo sapevo che me le avevi nascoste tu. Chissà cosa mai fantasticavi per me, quali castelli.
Tanto tu non eri un padre che mi avrebbe aiutato. Me lo dicevi: adesso che vai a scuola sei grande, devi fare da te, io anche se potessi non ti aiuterei mai. Aveco sei anni quando mi dicevi così, sei anni!
Ma tu parlavi troppo con il mare, non sapevi niente del mondo.”
(p.257)

Un libro scomodo, che a tanti, giovani e meno giovani non è piaciuto. Un libro che racconta di sogni, ma anche di sconfitte e di rese, per denunciare un sistema non solo scolastico, ma sociale e lavorativo, che troppe volte non  premia chi merita, che omologa e schiaccia i talenti e le energie creative.
Ecco perchè amo questo libro, perchè  è dedicato a tutte le barche ignorate e dimenticate nel bosco che non vedranno mai il mare. Perchè restituisce voce a tutti coloro che hanno dovuto e dovranno accontentarsi e adeguarsi, ma che che restano se stessi, conservando il coraggio dell’identità e della dignità. Proprio come Gaspare!
Paola Mastrocola - Una barca nel bosco - Guanda 2004

[by Maria Pina Ciancio]

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VIAGGI/ La Certosa di San Lorenzo a Padula

Al crepuscolo sentivo di divenire inanimato ed eterno (…) giunto al silenzio, e liberato nel mio profilo come le montagne (Alfonso Gatto)

Ho ancora la sciarpa al collo, ma la primavera è già negli odori che aleggiano leggeri tra la vegetazione del parco, i chiostri, i giardini, gli interni del convento.
Un ritorno. Un viaggio dell’anima, dove l’immensità degli spazi riempie la mente e il cuore talvolta stanco, talvolta tenero d’infanzia. Consumo così l’assenza dei pensieri e resto sotto il grido di un volo rapido, tra lastre d’aria e soglie di silenzi,  in una ferma eternità.

La Certosa di Padula, nel Parco del Cilento, conosciuta anche come Certosa di San Lorenzo, è fra le più grandi e famose Certose esistenti in Italia, seconda per grandezza solo a quella di Parma.
Il monastero, dedicato a San Lorenzo,  fu fondato per volontà di Tommaso San Severino, nel 1306, sul sito di un esistente cenobio e crebbe di dimensione e di importanza nei secoli,  fino a quando gli ordini monastici non furono soppressi e i tesori saccheggiati e dispersi.
Nel 1998 la Certosa è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Oggi al suo interno ospita il museo archeologico della Lucania che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula.

A casa. Non ho scattato foto in questo viaggio, ma su internet ho trovato una interessante galleria fotografica di Michele Grieco. Da visitare per scoprire il fascino e  l’anima immortale e senza tempo della storia. 
[by Mapi]

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