POESIA/ Cara Federica di Alda Merini

•Novembre 4, 2009 • Lascia un Commento

I poeti non sono seminati da alcuno / li porta il vento della primavera. Merini

Cara Federica dirò come soffro
perche ci e dato tanto soffrire,
perche vediamo tagliare dalla terra
le nostre spighe migliori
anche io ero una spiga che cresceva nei campi,
credi Federica
i poeti non sono seminati da alcuno
li porta il vento della primavera.
Oggi per la mia donna e un giorno di liberta
ma per noi prigionieri dellarte
e un altro giorno di prigionia.
Non sono felice della mia morte
carissima Federica
eppure me ne dovro andare
dopo aver perso la fede

Alda Merini

LIBRI/ Antologia personale di Nina Berberova

•Ottobre 22, 2009 • Lascia un Commento

In noi la memoria è più salda della coscienza (Nina Berberova)

E’ conosciuta maggiormente come narratrice Nina Berberova, ma ha scritto poesie per tutta la vita, senza mai pubblicarle, salvo rare eccezioni in riviste degli emigre russi in Francia (tra le due guerre) e negli stati Uniti degli anni ‘50. E’ una delle più importanti scrittrici della dispora russa. Amò Tjutcev, Baudelaire, Ibsen e in modo particolare Anna Achmatova e Aleksander Blok. Emigrò dalla Russia nel 1922 insieme al marito Chodasevic e visse  svolgendo il lavoro di traduttrice e insegnante prima a Berlino, poi a Parigi e negli Stati Uniti. Fu testimone eccezionale -lucida e fedele- della letteratura dell’emigrazione e dell’esilio e nelle sue poesie, scritte sempre in lingua russa, mescolò slanci metafisici a frammenti di quotidianità, privi  di intonazione egiaca o nostalgica “E son qui tra gli altri/ non sono in esilio, sono in missione”.  Sprezzante di ogni sentimentalismo, quando quattro anni prima della morte, nel settembre del 1989,  ritornò in visita a Leningrado, non volle rivedere i luoghi della giovinezza…

Ottave (I)

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.

Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.

E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.

E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

1927

LIBRI/ Il dolore di Marguerite Duras

•Settembre 22, 2009 • Lascia un Commento

Qui la speranza vive intera, il dolore è radicato nella speranza. A volte mi stupisco di non morire  (Marguerite Duras)

Ho sempre creduto che la testimonianza di Levi sulla guerra e i campi di concentramento fosse ineguagliabile, per importanza, significato e sentimento. Eppure, dopo la lettura de “Il dolore” di Marguerite Duras, mi sento di collocare anche questo scritto, senza far torto a nessuno (Levi compreso), alla grande letteratura  di impegno umano e civile del dopoguerra.  Si tratta di un racconto che fa parte di una trilogia intitolata “Il dolore”. Una testimonianza intima, straziante e appassionata sulla tragedia dei deportati e dei campi di concentramento, in cui la voce della Duras si fa testimonianza indiretta (diversamente da Levi e tanti altri), della prigionia del marito deportato a Dachau per aver militato nella resistenza francese.

Sono pagine in cui la Duras racconta -come donna e moglie- di un dolore radicato tutto nella speranza dell’attesa “Lotto contro le immagini della fossa buia”; “I colpi alle tempie continuano. Questi colpi, bisogna che li fermi. E’ la sua morte dentro di me, batte contro le tempie. Impossibile che mi sbagli. Fermare i colpi alle tempie -fermare il cuore- quietarlo- non riuscirà a quiestarsi da solo, deve essere aiutato”. E all’attesa che svuota fino a non esistere più, fa seguito la tragedia del ritorno. Il ritorno di un uomo che non era più uomo, ma un essere ridotto a larva, “la forma” come ebbe a scrivere  ella stessa “così disseccato che  ci si chiedeva come la vita potesse circolarvi dentro” ; “lui è scomparso, al suo posto la fame”; “…non mi vedeva, mi aveva dimenticata”.

E infine, tra queste pagine piene di silenzi e di risonanze interiori, intrise di dolore e di autentico sentimento, l’accusa alla Germania, l’attacco ai governi di essere effimeri nella storia dei popoli, il disappunto a De Gaule per aver decretato il lutto nazionale per la morte di Roosevelt e niente lutto per i deportati morti “il lutto del popolo non si porta”.
Sono pagine di un diario (formato da due quaderni), che l’autrice ha definito tra le cose più importanti della sua vita.  “Come ho potuto scrivere questa cosa a cui ancora non so dare un nome?” e ancora  “Mi sono trovata davanti a un disordine formidabile del pensiero e del sentimento che non ho osato toccare, e davanti al quale mi vergogno della letteratura”.
Credo invece che questo racconto/testimonianza stia molto ben oltre la letteratura, in un terreno così elevato e ’sacrale’, da richiedere a chi legge una disposizione interiore di grande accoglimento e  umiltà, unica condizione -forse- per restituire significato e valore a quel sentimento  così devastante e tragico (privato e al tempo stesso colletivo) che affonda le  radici nel “disumano” della storia.

Maria Pina Ciancio

LETTERE/ Lettera a Pierina di Cesare Pavese

•Settembre 12, 2009 • Lascia un Commento

L’amore è come la grazia di Dio, l’astuzia non serve (Cesare Pavese)

Cesare Pavese morì suicida nella notte tra il 27 e il 28 agosto. Pochi giorni prima scrisse questa lettera (che solo nel video compare in versione integrale).

Bocca di Magra, agosto 1950.

Cara Pierina,

…..

Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello che ero io a vent’otto anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso.
Ora è l’inverso : so che la vita è stupenda ma che io ne sono tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo ?
E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e decisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni ? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.
Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perchè tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante.
Sono ormai aldilà della politica.
L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve. Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene.
Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela.
Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono.
Amore.
Cesare Pavese

LIBRI/ La volpe di D. H. Lawrence

•Luglio 23, 2009 • 1 Commento

… sta di fatto che il ragazzo era per lei la volpe e non riusciva a vederlo in altro modo (D.H. Lawrence)

D’estate prediligo i racconti o i romanzi brevi, allora batto  a tappeto  tutta la casa e ne faccio buona scorta fino a settembre. E’ il tempo in cui la mia passione per la lettura si scatena e si fa onnivora. L’edizione di questo libretto di Lawrence è quello dei tascabili newton a 1000 lire e faceva parte dei miei vecchi libri “non letti”. Si tratta di una storia drammatica e inquieta, scritta da Lawrence in Cornovaglia, alla fine della guerra, nell’autunno del 1918 . Vi si narra il rapporto complesso e conflittuale tra l’uomo e la donna, visti dall’autore come i due poli contrapposti di una antinomia in cui ciascuno deve combattere per salvaguardare la propria autonomia e individualità. Tre sono i protagonisti: la Banford, la March e il giovane  Henry, un soldato che arriva nella loro fattoria  a destabilizzare l’equilibrio emotivo ed affettivo delle due vecchie amiche. Tutto si gioca  sull’affermazione del predominio maschile sulla donna, che -come in una battuta di caccia- lotta e resiste fino all’ultimo sangue. Desiderio, possesso, gelosia, rivalità. Poi il dramma, la tragedia (annunciata) e  l’illusione del predominio di Henry su March, a cui voleva togliere tutto, anche la coscienza per farne solo la sua donna: sottometterla, vincerla, piegarla,  farla arrendere.  Non credo ci siano vincitori, nè vinti, alla fine di questo libro. Piuttosto vi si interpreta il fallimento. Il fallimento di un rapporto coniugato al femminile, ma anche quello di un rapporto uomo-donna in cui a vincere è la caparbietà e l’ostinazione. Ognuno resta in balia delle proprie contraddizioni e pulsioni (primordiali), ognuno vittima delle prioprie frustrazioni sessuali ed emozionali. Un’agonia sottile al baratro della follia e della reciproca infelicità.

  • D.H. Lawrence, la volpe, Tascabili Economici Newton 1995

LIBRI/ Le due anime del giullare di Salvo Zappulla

•Maggio 28, 2009 • 6 Commenti

Si considera persona intelligente lo scienziato che saltellando di gioia annuncia all’opinione pubblica di essere riuscito  a scoprire una nuova potentissima arma mortale in grado di consegnar alla nazione il predominio militare, oppure lo stesso che, dopo aver realizzato la tremenda scoperta, ha un ripensamento e distrugge immeditamente la formula rinunciando alla gloria personale? (S. Z.)

E si potrebbe continuare con altri richiami alla brillante  e atipica nota introduttiva  (Sproloqui) di questo libretto, che prosegue magnificamente così:  «E’ più intelligente chi intuisce che vendendo il suo appezzamento di terreno potrà ricavarci un ottimo affare o l’altro che si accontenta di piantarci le rose per il solo gusto di innaffiarle?»
Ecco, questo solo per dire che “Le due anime del giullare” è un libro letterariamente sensuale, cioè fatto di tecnica ed ispirazione, perchè come sosteneva Marguerite Duras, quando il corpo dello scrittore si fonde con  i propri libri, si genera una sensualità di riflesso, fatta non solo di carta e inchiostro, ma anche  di testa, carne, sudore.
I diciotto  racconti brevi  che compongono questa raccolta,  sono tutti sostenuti da una filosofia di vita ‘pura’ (priva di retorica), che attraverso un linguaggio schietto, surreale e  ironico (sarcastico talvolta), ma di grande godibilità, sottende una profonda crisi interiore e collettiva della società.
La forza immaginifica di questi racconti di Salvo Zappula (Sortino 1961), sta nel recupero di una semplicità di vita (qualcuno la chiamerebbe saggezza), che sa ancora esistere,  stupire, commuovere.
A tal proposito, ho trovato di grande fascino e intelligenza  il racconto ‘L’amara guerra  del soldato  Taylor’, che non stenterei ad accostare per significanza e forza di denuncia delle atrocità della guerra, ad alcuni passaggi del bellissimo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (1929) dello scrittore tedesco Remarque.
Salvo Zappulla, Le due anime del giullare, Ed. Prova d’Autore 1992

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Il giunco mormorante di Nina Berberova

•Maggio 8, 2009 • 5 Commenti

Ognuno di noi ha la propria ‘no man’s land’  in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa  nulla (N. Berberova)

Ottanta pagine. Copertina rosa antico. Piccola Biblioteca Adelphi 249.  Questo libretto della Berberova se ne stava nascosto da qualche anno sotto una pila di libri letti e non letti.  E’ sbucato fuori l’altra sera, così per caso, all’improvviso, ed è stato il tempo dell’incontro.  Una lettura appassionata e contaminante, come non può essere diversamente la scrittura di  Nina Berberova. Narratrice, saggista e poeta russa, di cui consiglio  una selezione di poesie a cura di Margherita Rimi qui.
“Il giunco mormorante” è il racconto di un amore che non c’è più, di quando le mani si aggrappavano tutte e quattro una all’altra. Di un amore conservato e difeso nella no man’s land, in quella nostra zona  libera e segreta, silenziosa e inaccessibile, indispensabie e necessaria, che alberga in ciascuno di noi.

“Il mio inconto con Ejnar aveva avuto luogo nella no man’s land. Poi era successo quello che talvolta succede: la seconda vita era cresciuta e aveva cominciato a mettere in ombra la prima. Allora eravamo a quello stadio dell’amore in cui non si riesce a pensare a nient’altro. Ed entrambi sapevamo cosa sono il segreto assoluto e la libertà assoluta”. (p.38)

Poi la vita riprese a scorrere rapida. E soltanto la mia no man’s land restò come era: pensavo sempre a Ejnar, pensavo al passato lontano e a quello assai prossimo, a Emma, a Stoccolma, al mio futuro, che senza Ejnar mi sembrava impossibile, e con lui irrealizzabile” (p. 60)

“Voglio dirvi ancora una cosa: se permettiamo a qualcuno di organizzare la nostra no man’s land, alla fine , secondo logica, arriveranno a rinchiuderti in un lussuosa camera di un lussuoso albergo, e bruceranno i tuoi libri, e allontanerano da te quelli che ami. Basta cedere un volta -e non ci saranno limiti, e tutto ti verrà tolto: dov’è il confine, Ejnar? Dove saranno allora mistero e libertà? Le due guardie (…) l’inquirente e il giudice -tutti si installeranno sul tuo pezzetto di terra” (p.77)

Sono piccoli stralci, da cui è possibile  scorgere e godere una scrittura intimista e poetica dal grande fascino stilistico e narrativo. La Berberova cattura per il garbo e la delicatezza con cui si muove nella sfera dei sentimenti, sullo sfondo di un’Europa (Parigi prima, Stoccolma dopo) dilaniata e lacerata dall’accadere di una tragedia collettiva: la seconda guerra mondiale (tutto scandito dall’incertezza del presente e del futuro).

Maria Pina Ciancio

LIBRI/ Contro il fanatismo di Amos Oz

•Aprile 26, 2009 • 2 Commenti

Ciò di cui abbiamo bisogno è un doloroso compromesso (Amos OZ)

Ho ritrovato un gran sostegno al mio pensiero in questo libro. Molto di ciò che insegno ai miei studenti. AMOS OZ è un ebreo israeliano che nel raccontare le radici e le ragioni drammatiche del conflitto arabo-israeliano (con le sue possibili soluzioni), parla di valori etici, principi di vita,  poesia e letteratura. Niente buoni e niente cattivi. Il Medio Oriente non è il Far West del piccolo schermo. Il Medio Oriente è lo spazio reale e conclamato della tragedia antica, il luogo del contrasto tra un diritto e l’altro (quello  legittimo della patria per ebrei israeliani, arabi palestinesi, profughi).
Ecco allora che questo libro diventa un libro contro il fanatismo e il fondamentalismo, un libro sul difficile  compromesso* (tra due popoli storicamente “stradicati”), un compromesso -sostiene l’autore-  che farà dannatamente male, brucerà da morire, ma sarà giusto… per una pace necessaria contro la “cultura della morte”.

* Non nel mio vocabolario.  Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromessi non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno detrminazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivedico un biciolo d competenza, in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che qundo dico compromesso non intendo capitolazone, non intendo porgere l’altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro,  più o meno a metà strada. (p. 26)
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli 2004

Maria Pina Ciancio

TEATRO/ Antigone di Massimo Sannelli

•Marzo 10, 2009 • 3 Commenti

ANTIGONE di Massimo Sannelli
regia e interpretazione : Esnedy Milán Herrera
coreografia : Ulises Mora
video : Luca Manes
dir. della fotografia : Bruno Fundarò
Teatro Manhattan, Via del Boschetto 58 (Roma, Rione Monti)

13 marzo 2009, ore 21
14 marzo 2009, ore 21
15 marzo 2009, ore 18

info e prenotazioni : 331 3271160

il manifesto può essere scaricato dalla homepage del sito http://www.massimosannelli.splinder.com/

*

La figlia non usata
resta viva tra i morti,
col corpo che conosce
solo il coltello d’oro
dello sguardo alla nuca.
I morti non proteggono
chi non ha una difesa
e vive ancora.

Sola,
sono la vostra erba
vile e ancora un’allodola,
una colomba acerba
e un niente, l’immatura,
la troppo o troppo poco
vergine, che non muore
come suo pad re, cieca:
e voi – che cosa fate?

Antigone parla di sé. Condannata a scomparire in una grotta, rimarrà vergine, non sposa, non madre, non uccisa ma non viva, colpevole di aver agito secondo la giustizia divina e secondo il cuore.
Questa Antigone è molte cose nello stesso tempo: un simbolo della giustizia naturale, che soffre a contatto con la giustizia ufficiale; un personaggio che rivendica i propri valori, e soprattutto una donna, che deve capire – e che non può capire – lo Stato che condanna la pietà. Il re Creonte la offende dicendo: «Non sono donna di nessuna donna». Per pa ura di sembrare una donna, l’uomo – non solo questo re – punisce la donna: e questo è il dramma nel dramma – allora e oggi. Il culmine è l’accusa finale di Antigone a tutti gli uomini, compreso il pubblico: io sono sola, devo scomparire, «e voi – che cosa fate?».

Esnedy Milán Herrera
È nata a Las Tunas (Cuba) e vive a Roma. La sua formazione teatrale si è svolta a Cuba e in Italia, sotto la guida di Coco Leonardi e di Elisabeth Kam. Si è diplomata presso l’International Acting School di Roma. Ha recitato in testi classici e contemporanei (tra gli altri: Marco Antonio, da William Shakespeare, Mirra, di Vittorio Alfieri, La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca, Cecilia Valdés di Cirilo Villaverde, Santa Giovanna dei Macelli di Bertolt Brecht, Naufragio di Francesco Randazzo), a Cuba e a Roma. Ha scritto e diretto Le due amiche orfane (Teatro Rialto Santambrogio, Roma), interpretato da Caterina Gramaglia e Véronique Vergari. Ha diretto e interpretato Liturgia di Alejo Carpentier (Iila, Roma) e interpretato la poesia di Marina Cvetaeva (Teatro Sala Uno, Roma). Ha recitato nei film Il lato sinistro del cuore (regia di Giuseppe Cimino e Alessandro Chetri) e Quello che c’è sotto il fiume (regia di Massimo Bettini). Nel 2009 cura la regia del progetto Tre donne (tre monologhi di Massimo Sannelli: Antigone, seguita da Saffo e Cassandra). Ha pubblicato il libro di racconti Colmena (Altromondo, 2009). Recita nella fiction di Rai Uno Butta la luna 2, nel ruolo di Amina.

LIBRI/ La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano

•Febbraio 15, 2009 • 12 Commenti

“… erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero” (Paolo Giordano)

Di sicuro non leggerei alcuni libri, se non ci fossero cari amici a farmene dono. La solitudine dei numeri primi l’ho letto nel periodo natalizio in un tempo abbastanza rapido, considerto che le mie letture si compiono esclusivamente di notte, tra curiosità e bisogno di avere sempre una storia tra le mani.
Questo di Paolo Giordano è un libro che si muove su una partitura ad incastro, tra storie che nascono, crescono e si sviluppano parallele.  Si ha, però, quasi la sensazione che i   protagonisti agiscano all’inteno di una struttura prestabilità,  talmente rigorosa e perfetta  da ingabbiarli, rendendoli vittime di se stessi e del proprio destino “solitario”.
Ecco, ho trovato molto bello questo passaggio sulla metafora  dei “numeri primi” (cap. 21, p. 129)

“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti tra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari, per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in un collana. Altre volte, invee, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non  fossero capaci.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numer primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè tra di loro c’è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se hai la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silnzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in alti due gemlli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finchè non li scopre…”

Paolo Giordano, La solitudne dei numeri primi, Mondadori 2008 (p. 312)