Torneremo ad abitare ancora gli antichi luoghi silenti, tenderemo di nuovo l’orecchio per risentire i vecchi passi (Mauro Corona)
E’ un libro della memoria e dell’ascolto I fantasmi di Pietra (2006) di Mauro Corona. Della memoria orale e collettiva, a cui si intrecciano i racconti autobiografici dell’autore. Più che un romanzo, un libro di poesia, scandito in quattro partiture: primavera, estate, autunno, inverno. La poesia della terra e delle radici, quella di un paese deserto e silenzioso, abbandonato il 9 ottobre del 1963, quando il fianco del monte Toc precipitò nell’invaso del Vajont.
E lungo le strade disabitate di Erto vecchia, Mauro Corona ri-di-segna queste pagine, ripercorrendo le quattro strade principali del paese, fermandosi sulla soglia di ogni uscio, tra i ruderi, le sterpaglie e le ortiche che fasciano le case, per restituire voce alla storia e ai fantasmi addormentati tra quelle vecchie case: uomini, donne, bambini. Un omaggio e un atto d’amore alla sua terra e alla sua gente, che in quel disastro contò ben 1910 vittime.
La narrazione comincia d’inverno “Ogni volta che penso ad Erto, il mio vecchio paese, quello abbandonato dopo il Vajont, con le vetuste case una attaccata all’altra e le vie di acciottolato buio e strette, la memoria va verso l’inverno. Il primo ricordo è il tempo degli inverni…” prosegue poi per il resto delle stagioni e termina con il ritorno del grande freddo. Solo allora l’autore lascia Erto, addormantato sotto una coltre bianca di neve, per ritornare al paese nuovo, ricostruito in fretta dopo il disastro del Vajont.
“Abbandono quel regno di solitudine, prendo una scorciatoia e salgo al paese nuovo, quello di cemento, assurdo, senza senso nè poesia. Qui, anche la neve che cade comunica qualcosa di brutto, di poco poetico. Fiocchi tra il cemento, bianco nel grigio. Qualcosa di freddo e striste entra nelle ossa. Sogno di essere nella Erto vecchia, coi camini che fumano, e i bambini che giocano per le vie tirando palle di neve. Tutto questo solo in sogno perchè io vivo in un paese non mio, un paese nuovo di zecca, tirato su in fretta e furia, senza alberi nè cespugli, solo cemento e tettoie fredde, inospitali come il letto di un ghiaccio”. ( p.278 )
Questo è un libro che l’autore stesso ha definito la Spoon River del suo paese. Un libro che racconta un pò la storia di tanti centri abbandonati come Erto.
Ecco, la mia memoria corre a Craco Vecchia in provincia di Matera, a 70/80 chilometri di strada da qui: a uno dei tanti paesi fantasma d’Italia, un luogo del silenzio tra i calanchi lucani, interrotto oggi solo dal vento che soffia.
[by Maria Pina Ciancio]
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